venerdì 17 marzo 2017

"I falsificatori", Antoine Bello - La fascinazione della falsificazione...

Antoine Bello
Fonte: Melty

Dire che è bello questo libro è poco in questo caso ma anche le cose belle hanno qualche difetto anche se, la mancanza, si trasforma comunque in un'opportunità. Il problema non è solo che Antoine abbia fatto un po' il furbo terminando il libro con un bel "continua...". Però capisco che non è stato trascurato nulla. 
Ho trovato questo libro nell'ultima visita fatta al mercatino e l'ho preso dopo aver letto le prime righe della sinossi nel risvolto di copertina: "Questa è la storia di un'organizzazione segreta internazionale, il "Consorzio per la Falsificazione della Realtà", che da tempo immemore, senza che nessuno ne abbia mai sospettato l'esistenza, reinventa il reale per fini e moventi ignoti ai suoi stessi membri". Credo di non essere andata oltre a "senza che nessuno ne abbia sospettato" perché con queste cose vado a nozze; l'idea della falsificazione della realtà mi affascina dalla famosa truffa di cui vi ho parlato nel "Dal libro" relativo a questo libro. 

Perché se è vero che la tecnologia può svelarci ma anche tutelarci, l'informazione, specie quella che riguarda gli eventi passati, viene continuamente modificata ma spesso non ci facciamo caso. Il problema è che per le notizie generiche è più facile; viviamo in un mondo dove le informazioni escono in continuazione ed è facile modificare l'accezione con cui percepire qualcosa di cui abbiamo memoria ma che è stata sommersa da milioni di altre informazioni. Ma quanto è complicato invece, modificare o inserire un qualcosa che non c'era e che fa riferimento a periodi già consolidati e studiati, non sempre è così chiaro. In parte il problema risiede nuove scoperte della scienza, tipo il carbonio 14, in parte perché tutto l'impianto deve reggere e recepire cose come: lingua dell'epoca, riferimenti rilevabili, nomi, immagini, tipo di carta, tipo di inchiostro e via dicendo. È stato quindi un attimo nelle mie mani per poi finire fra i libri senza i quali non sarei tornata a casa. Anzi, mentre lo leggevo, sono andata a verificare se in fondo ci fossero note - non ci sono, per chi vuole stare tranquillo- e mi è caduto l'occhio su un bel "Continua..." che mi ha costretto a cercare e comprare anche quello che è la sua prosecuzione: "Gli illuminati". Ma vediamo di che si parla.


Sliv, giovin laureato in geografia e residente in Islanda, sta cercando lavoro e si imbatte in un annuncio che sembra proprio calzargli a pennello. Decide di portare il proprio curriculum di persona e, per quella che sembra una casualità, trova colui che seleziona le nuove risorse. Tra un colloquio e l'altro viene poi assunto e ottiene il suo primo incarico. Deve andare in Groenlandia e verificare il sito più adatto per ubicare in una cittadina un centro di riciclo rifiuti. Non vi sto a raccontare tutto, ma la storia ha il suo inizio con quello che sembra essere un errore in una relazione da consegnare al cliente. Poi l'errore si ripete e viene ricorretto. Infine, alla consegna dell'originale per l'archiviazione del caso, l'errore sta sempre lì. È "l'errore" che aprirà le porte a Sliv di un mondo che non si aspettava, il CFR , e che non riuscirà mai a conoscere per intero, a meno che non faccia carriera al suo interno.

Questo libro ripercorre la carriera del giovane Sliv che si inserisce in una comunità di falsificatori d'eccezione dove l'effettiva "Falsificazione" sembra avere fini più che chiari: modificare la percezione della realtà per motivare un cambio di rotta su temi e/o atteggiamenti di un mondo distratto fino alla formazione di consensi per salvare idee che sono buone ma hanno bisogno di supporto. Io ve l'ho fatta facile, ma i temi che tratta sono tutt'altro che semplicistici.


Il mondo costruito da Bello è complesso fatto di piani ben distinti fra loro che servono, come fossero in una perfetta catena di montaggio, a raggiungere l'obiettivo finale: la falsificazione. Per arrivare a ciò si serve da un lato di uno scenario, che tenga conto dei luoghi, delle persone, i tempi, le situazioni, le correlazioni con i fatti che hanno interessato il mondo in quello specifico momento. Dall'altro necessita di documentazione, la ricreazione dei personaggi con tutta la documentazione che li riguarda, la modifica di relazioni la spasmodica verifica dei materiali con i quali redigere la documentazione, la concezione di documenti, anche quelli più insignificanti ma che suggellano la verità dell'esistenza di una persona, un'associazione o un gruppo tribale. L'impianto regge decisamente bene, grazie anche alla interessante documentazione a supporto che l'autore porta a giustificazione di questo o quell'evento dai resoconti dei vari personaggi che si intervallano nella formazione del giovane agente.



Così passa in secondo piano una crescita straordinariamente veloce di un giovane all'interno di un'organizzazione così ramificata; Sliv sarà pure un talento naturale ma, ad un certo punto, è in stallo e la storia potrebbe risolversi benissimo lì. Certo, sarebbe stata poco d'impatto, ma l'autore decide di usare una soluzione alla vicenda che, secondo me, agli occhi del CFR, se davvero esistesse, sarebbe stata scartata come una pessima prova di falsificazione. Il punto lodevole dell'impianto ovvero la filosofia che sta alla base di una struttura come il CFR, diventa così centrale, lasciando da parte Sliv stesso che diventa un tramite per conoscere e svelare. Ad un certo punto sembra che proprio lo stesso autore si sia posto alcune domande che lo hanno portato a proseguire la sua storia perseguendo l'idea più che il personaggio. 

Tutto inizia sul finire del novecento e internet non aveva la diffusione che c'è oggi. Se ieri bastava lasciare le carte nella Biblioteca di Francia per creare il Priorato di Sion, oggi il mondo è informatizzato e ogni informazione è l'insieme di tabelle e di correlazioni elettroniche che permettono di risalire esattamente a quell'argomento o a quel fatto tramite la ricerca di algoritmi sempre più perfetti. Quindi la falsificazione dovrebbe avere altri mezzi, che non sono più l'oggetto in sé quanto l'impianto informatico a supporto. E, ironia della sorte, l'oggetto fisico non serve più. Non ci sei in quanto occupi spazio reale. Ci sei in quanto in una delle milioni di banche dati del mondo occupi uno spazio virtuale. Una strisciata della carta di credito, il tracciamento dei minuti di conversazione su un telefono, l'incrocio di bit fra le tue mail e via dicendo certificano non solo che esisti ma anche che mangi, bevi, chi frequenti, quanto lo fai e così via. Non serve che sappiano quanto spendi, ma quanto spesso lo fai. 

Insomma con l'arrivo di internet il modo di pensare anche ad una falsificazione cambia non solo prospettiva ma proprio nei suoi punti fermi. E visto che per arrivare alla falsificazione bisogna partire dalla verità io questo insieme di concetti li trovo davvero affascinanti. E se voi siete come me, questo libro vi piacerà da morire. È scritto in maniera estremamente scorrevole, c'è qualche momento lento, ma sono necessari per capire su cosa si va a lavorare e le fasi per arrivare al risultato sperato. E la descrizione, anzi la creazione della descrizione che si basa su fatti realmente accaduti è così perfetta da risultare piacevole anche quando, in taluni casi e per altri autori avreste potuto sbuffare per mesi.

Servirà anche il secondo libro però per avere un quadro completo, ma il libro comunque è leggibile anche da solo e quindi non rimane in sospeso. È un'uscita del 2009 che mi ero proprio persa e che davvero vale la pena di conoscere!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


I Falsificatori
Antoine Bello
Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 15 marzo 2017

[Dal libro che sto leggendo...] Consigli pratici per uccidere mia suocera

Giulio Perrone allo stand di Spartaco edizioni alla fiera di Roma a Dicembre
Foto di LettureSconclusionate

Oggi, lo confesso, sono un po' di parte. Lo dico senza remore, ma a me i libri di Giulio Perrone piacciono. Mi piace proprio come scrive, le sue storie e il suo sguardo al suo amato quartiere di San Lorenzo e al suo mondo lavorativo. L'ho capito qualche tempo fa, non moltissimo a dire la verità. Mi è capitato di assistere ad una presentazione e di osservarlo mentre parlava con un'altra persona, una amica comune. Lei lo incalzava su questioni editoriali e lui rispondeva con una competenza e tranquillità così genuine che era un vero piacere starli ad ascoltare.

Quindi, oggi, parliamo del suo secondo libro, uscito da poco, il cui protagonista assomiglia per caratteristiche fisiche molto al suo autore. O meglio, mentre leggo il resoconto di Leo in questo momento della sua vita - alla soglia dei quarant'anni-, con i capelli sale e pepe, la barba un po' disordinata, lo sguardo disincantato che guarda al mondo con fiducia nonostante le difficoltà giornaliere che ognuno di noi si trova ad affrontare, io vedo il Giulio della famosa sera di cui sopra. Ma torniamo alla storia.  C'è una amante che è diventata una fidanzata e una ex moglie che è diventata amante. C'è un padre, che si è materializzato alla porta di Leo da chissà dove, dopo secoli che non lo vedeva e che ama farsi chiamare Dustin, come Hoffman, e porta sempre un guaio. C'è un editore un po' sconclusionato in cerca di motivi per far fuori la suocera per il suo futuro, noiosissimo, libro, e sua figlia, ragazza altezzosa e un po' scostante. Ci sono gli amici di Leo che però non vede così spesso come vorrebbe. Ah! C'è anche la psicologa da cui va una volta a settimana.

Tutto gira attorno a lui in un vortice da cui rischia di farsi risucchiare. Eppure Leo, pur decidendo di mettersi in gioco con gli affetti, non si concede mai del tutto, lasciandosi sempre una via di fuga. Non è una mancanza di rispetto nei confronti dei suoi cari, ma solo il rifiuto di essere il "principe", tipico stereotipo del ruolo maschile, scegliendo di essere se stesso. Un uomo che come, dicevo su Ultima Voce, ci piace stando alle tendenze degli ultimi tempi. E qui aggiungo, il "tipo" d'uomo che è diventato un po' il modello su cui vengono disegnati gli eroi ma anche gli anti-eroi di molte serie tv. Ma di questo riparleremo in recensione. Nel frattempo vi faccio leggere l'antefatto, che spiazza un po' dopo tutto quello che vi ho detto, ma che io ho trovato molto divertente.

Buone letture, 
Simona Scravaglieri



Quasi un inizio 



Uno dei vantaggi d’essere stato bambino negli anni Ottanta è che i gusti del gelato erano pochi, scegliere era facile. 
Ho nove, dieci anni al massimo. Dietro al bancone, Augusto con fare diretto chiede: «Due o tre palline? La panna è a parte». 
Mia madre sta alcuni passi indietro, parla con un’altra signora. Lei non ama il gelato e non ama le creme. Tutt’al più i gusti alla frutta, perciò mi devo sempre accontentare delle confezioni fragola e limone del supermercato. 
Ora però ha ceduto ai miei capricci. 
Ora la scelta spetta a me. 
Augusto si passa da una mano all’altra il cono da duemila lire. Quello grande. Quello da tre gusti. 
Guardo le vaschette di metallo, in cerca dell’abbinamento migliore, non vorrei sprecare questa occasione. 
Mi sento toccare leggermente su un braccio e mi volto. 
«Che c’è, non sai decidere?» 
Mi puntano due occhietti sconosciuti, azzurri e curiosi, che quasi mi allontanano. Penso alle calamite che si respingono. «C’è sempre un nord e un sud nella stessa calamita» ricordo di aver sentito a scuola. 
«Vuoi che ti aiuto?» insiste la bambina sorridendo, vedendomi incerto. «Altrimenti Augusto alla fine si arrabbia.» 
Mi pare una buona soluzione. Non so perché ma ho la sensazione che qualsiasi cosa avesse proposto mi sarebbe parsa una buona soluzione. 
«A me piacciono il cioccolato e il pistacchio» dice. «E a te?» 
Mai più sentito dire così bene la parola “pistacchio”. 
Non so che sapore abbia, però. Rispondo «fragola» per non sembrare del tutto muto. 
«Allora è deciso.» 
Augusto non se lo fa ripetere due volte. Affonda la paletta d’acciaio e modella tre palline perfette. Ora sembra che abbia in mano direttamente l’insegna del negozio che campeggia fuori: una rosa, una nera, una verde. 
Me lo porge con un fazzoletto intorno al cono. 
Io e la bambina restiamo per due secondi indecisi sul da farsi. Non so se ringraziarla, andarmene o offrirle un assaggio. 
«Leooooo…» sopraggiunge mia madre. «Ma cosa hai preso? Meno male che c’è un po’ di fragola almeno…» 
Un attimo dopo arriva anche l’altra donna e posa una mano intorno alle spalle della figlia. 
«Tu non prendi niente?» le sussurra quasi all’orecchio. 
«Magari ne mangerà un po’ da lui visto che ha preso gusti… Ma quando mai ti è piaciuto il pistacchio?» 
E stringe le spalle. 
La bimba non si fa pregare e improvvisamente dà un morso. 
«Ti stava cadendo…» avverte «devi sbrigarti a mangiarlo, se no si scioglie.» 
Poi ci sediamo tutti e quattro sulla panchina di fronte alla gelateria. Le mamme continuano a chiacchierare. Noi mangiamo il gelato, io dalla parte della fragola, lei dalla parte del pistacchio. 
Non diciamo nulla. 
Sono stretto tra lei e mia madre che parla, credo, di un aumento sul lavoro, ma ogni tanto butta l’occhio, più allegra del solito. 
Respiro uno strano senso di perfezione. 
Un po’ di pistacchio, un po’ di fragola. 
Dopotutto è stato semplice, considero compiaciuto. 
Se avessi anche soltanto intuito gli sviluppi successivi, mi sarei beato molto meno. Anni dopo, come sarei riuscito a mettere insieme pompelmo rosa e pistacchio di Bronte? Variegato alla nutella, che già di per sé con tutte le sue possibili sfumature ti ansia, e wasabi? 
Troppo complicato. 
Vacci oggi a prendere un gelato con una donna…

Questo pezzo è tratto da:

Consigli pratici per uccidere mia suocera
Giulio Perrone
Rizzoli editore, ed. 2017
Prezzo 18,00€

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mercoledì 8 marzo 2017

[Dal libro che sto leggendo] Derive




Fonte: SudOuest
Abbiamo trattato diversi temi dall'inizio dell'anno e ora è il momento giusto per l'attualità. Di questo autore vi ho parlato durante la fiera di Roma, Più Libri più liberi, e anche del libro. Cominciamo con il dire che non è un libro per animi deboli. Pascal è stato reporter di guerra e questi mondi, le abitudini, le credenze di cui parla le conosce e non per lontano sentito dire, ma proprio da testimonianze dirette.

Quando in fiera ho chiesto, se non pensasse che essere così diretto lo avrebbe penalizzato mi ha risposto che, in tutta coscienza, crede che questo shock serva a tutti. Serve perché dobbiamo essere in grado di capire che cosa significhi fare scelte del genere quando dietro non hai nulla più che il peggio che ti si possa prospettare. Tra male e peggio, in fondo, meglio il male, puoi sempre pensare di aver meno da risalire per vedere il mondo che invece ognuno di noi, vede normalmente senza guardarlo.

Quindi queste tre storie che si intrecciano a Villeneuve-Roi, vanno prese proprio così come vengono raccontate, ben sapendo che lasceranno un segno indelebile di un'esperienza vissuta attraverso le parole di un uomo che ha il dono di rendere questi mondi decisamente tangibili.
Ne riparleremo presto visto che è uno dei libri che devo ultimare di leggere.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Virgil  


Era un’estate torrida. Perfino le rose andavano in cerca dell’ombra. Virgil non sentiva più le gambe. Le aveva tenute incrociate per troppo tempo una sull'altra, come la falce e il martello delle bandiere rosse della sua infanzia. 

Non aveva il coraggio di muoversi. Il cane, un bastardo grigio con i denti gialli, continuava a gironzolare lì attorno. Allungò cautamente la mano in cerca della cucciolata di topolini. Il tepore del loro pelo grigio lo consolò. Uno dei piccoli gli succhiò la punta del dito. Ne contò sei, più la madre. Il padre se ne era andato –come lui. 

Prima, in Moldavia, adorava i cani e detestava i topi. Ma da quando era arrivato in Francia molte cose si erano capovolte. 
Qui costruiva case e abitava all’aperto. Si spaccava la schiena per dar da mangiare ai suoi figli senza poterli abbracciare e faceva a meno delle medicine per regalare profumi a una donna di cui non ricordava nemmeno più l’odore. 
Chiuse per un attimo gli occhi e immaginò la grande pentola di boršč cuocere a fuoco lento nella cucina del piccolo villaggio di Torjeuci. Oltre i vetri appannati, il pergolato faceva ombra a un minuscolo pezzo di giardino. Quella visione gli riempì il cuore, ma non lo stomaco. 
Da due mesi ormai viveva rintanato in un buco. Una tomba lunga un metro e novanta, larga e profonda uno, scavata con le mani nel bel mezzo della foresta e ricoperta da un tetto di rami e foglie. 
Di giorno ci sotterrava le sue cose. Di notte ci seppelliva sé stesso. A nessuno sarebbe venuto in mente di andare a cercarlo lì, inghiottito dalla boscaglia, tra un tronco d’albero piegato dall’ultima tempesta e un groviglio di rami secchi. 

Il mastino sollevò la zampa, fece qualche goccia di pipì, la annusò e si allontanò con il muso sospettoso. Virgil aspettò alcuni secondi, poi si contorse, si afferrò i polpacci e li massaggiò a lungo. Il corpo gli faceva male come gliene aveva fatto il comunismo per più di trent’anni. Eppure, alcune mattine, quasi rimpiangeva l’immobilismo e la rigidità di un tempo. 
All’epoca, quanto meno, nessuno gli prometteva nulla, se non noia e mediocrità. Niente imbrogli sulla merce. Provava perfino una certa gratitudine nei confronti di quelli che erano stati i suoi aguzzini. Non offrendogli nulla, gli avevano dato l’essenziale: una volontà e un ottimismo senza limiti, che aveva acquisito a forza di resistere, di estirpare i paletti a cui volevano legarlo e di sottrarsi allo stampino nel quale in tanti si erano lasciati duplicare, per debolezza o per stanchezza, rinunciando così al sogno di una vita diversa. 
Lui non voleva rinunciare a niente. Meno che mai alla felicità di sua moglie e dei suoi figli. Si scontrava con regole, proibizioni, ingiustizie, favoritismi, nella speranza di trovare, un giorno, la sua via di fuga –come una mosca che incomprensibilmente continua imperterrita a sbattere contro un vetro. 
Il comunismo aveva fatto di lui un bulldozer. Niente poteva fermarlo, né i muri né le frontiere, perché, pensava, di peggio non poteva esserci. Alla forza d’animo veniva ad aggiungersi un fisico fuori dal comune. E anche in questo caso, un bel brindisi al Partito. Il giovane stalliere, fragile e mingherlino, orfano di padre, spintonato e maltrattato, non esisteva più. Cinque anni nell'esercito a collegare condutture nel nord della Siberia a cinquanta sotto zero avevano fatto di lui un uomo massiccio, robusto e con la scorza dura. Girava le braci a mani nude e si chiudeva le ferite con il filo da cucito. Il suo corpo non aveva voce in capitolo; Virgil non lo ascoltava. 
Nessun carico era mai troppo pesante, nessun equilibrio troppo precario, nessun riposo necessario. Mascherine, calzature di protezione, guanti, tutto superfluo. Maltrattava, senza preoccuparsene, quello che era il suo unico capitale, convinto di potervi attingere all’infinito. 

Poi, una notte d’agosto del 1991, si era alzato il sipario sulla Moldavia. Fu come un bagliore improvviso dopo anni di tenebre. Virgil ricordava gli immensi falò che avevano incendiato il paese, le statue buttate giù con la forza delle braccia, i bicchieri traboccanti di cognac e speranza. Basta grigio. Davanti a loro si apriva un mondo a colori. Primi boccioli di libertà. 
Sua moglie Daria, sempre discreta, ballava sopra il tavolo con la gonna sollevata sulla pelle bianca e liscia, sottile come carta velina; dall’avvento del comunismo aveva pregato di nascosto per paura di essere denunciata alla polizia politica. Le tre gravidanze non le avevano lasciato nessuna rotondità, visto quanto si era ammazzata di lavoro in un’azienda agricola statale a stipare cavoli e patate sul retro di carri che poi sparivano chissà dove nella grande economia pianificata. A lei invece toccava un pezzetto di arida terra da rastrellare se voleva dar da mangiare ai suoi figli qualche rapa che loro trangugiavano alla velocità di una nidiata di passeri. 
Quella sera Nicolaï, il maggiore, aveva preso i bicchieri dalla credenza intagliata dal nonno, un compagno della prima ora, morto a un mese dalla disfatta rossa e seppellito in fretta e furia, con una pala, con gli ultimi onori del Partito. 
Cappellino al contrario, preferiva già Dr. Dre a Vladimir Il’ič. 
Vlad e Emil, i due figli più piccoli, bisticciavano per chi dovesse stappare l’ultima bottiglia di un pessimo champagne di kolchoz. La produzione successiva sarebbe stata frizzante, a immagine della vita promessa da Mircea Snegur, il nuovo presidente. Un comunista improvvisamente convertitosi al pluralismo, di quelli che non s’impantanano mai e vanno avanti anche con il fango alle caviglie. Si era appena imposto nelle prime elezioni libere alla testa del Partito democratico agrario (Pda) e tutti i moldavi credevano al suo cambiamento. 
Due anni dopo non crescevano più nemmeno le erbacce. Bisognava cercare tra le buche quello che rimaneva delle strade, nel paese mancava tutto, specie gli uomini, partiti a lavorare come bestie da soma nei cantieri d’Europa; quanto alle madri, alcune vendevano di nascosto i reni dei figli per pagare i debiti. Solo la mafia e Mircea Snegur andavano avanti a champagne. Per gli altri, il sipario era tornato a chiudersi sulle promesse di una ripresa, stroncando così ogni speranza. 
Virgil aveva capito che la felicità non avrebbe messo troppo presto radici in Moldavia. Meglio andare a cercarla altrove, intanto da solo, in avanscoperta. L’aveva promesso alla Madonna in salotto. E così a Daria e ai bambini non sarebbe mancato più nulla. Sarebbe andato alla ricerca della loro America. Contro i venti e le correnti.

Questo pezzo è tratto da:

Derive
Pascal Manoukian
66thand2nd, ed. 2016
Traduzione di Francesca Bononi
Collana "Bazar"
Prezzo 17,00€

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venerdì 3 marzo 2017

"Fine turno", Stephen King - Se lo scenario conquista al diavolo il finale...

Fonte: Manuel Marangoni


Caro lettore che passi di qui, mi corre l'obbligo ricordarti che questa recensione è quella del capitolo finale della Trilogia di Hodges e conterrà sicuramente degli spoiler. Per cui, se non vuoi anticipazioni,  questa recensione non fa per te! Lettore avvisato, mezzo salvato!

Quasi non mi capacito di essere arrivata alla fine della trilogia! Non ci avrei mai messo la mano sul fuoco, almeno alla fine del primo libro. In parte perché "MR. MERCEDES", il primo appunto, era stata un po' una delusione, ma poi si era ripreso con "Chi perde paga". Ora, "Fine turno" in linea generale mi è piaciuto anche se, tra i tre, io continuo a preferire più il secondo. Il problema di King è che ha del geniale ma che, questo suo talento, lo ammazza con questi tempi lunghi, dilatati e, a volte, anche un po' annoiati. Mi si potrebbe dire che è "maniacale" riguardo i particolari e vi sentireste rispondere: "No, almeno non in questi libri". 

Il problema è la scelta del particolare da approfondire che non va: hai un assassino, il quale stravede per indurre gli altri a suicidarsi, e dimmi perché, dammi un indizio, spiega la situazione... E invece no: Brady "è affascinato dalla magia di poter indurre qualcuno a suicidarsi" e basta. Che volevate altro? Accontentatevi! Perché leggere la trilogia? Per la precisione della costruzione degli intrecci che reggono anche se si leggono i tre libri in fila. Tempi, persone, dislocazione delle stesse, la crescita dei piccoli, i rapporti fra i grandi sono talmente perfetti che un errore non lo trovi manco se lo cerchi analizzando la trama più e più volte.

Brady che sembrava ridotto a vegetale, dopo il trauma cranico procuratogli da Holly, non è nello stato in cui tutti pensano che sia. In effetti, non si sa per quale motivo, riesce a fare cose che hanno dell'incredibile e, ad un certo punto, è in grado nuovamente di spostarsi, anche se non fisicamente, dal suo letto d'ospedale per poter commettere il colpo del secolo. In fondo vuole portare a casa ciò che ha già iniziato, ma si ritrova con mezzi che mai avrebbe potuto immaginare di avere e sopratutto che sarebbero difficilmente spiegabili ad una persona sana di mente. Nel frattempo ci sono una serie di morti inspiegabili con un'unica marca di consolle portatile dei giochi. Si dice che chiunque l'abbia ne rimanga stregato. E, Hodges sa che c'è qualcosa che non va... e torna ad investigare.
Che succederà? Lo dovete leggere da soli!

Ora il principio è: che seppur assurdo come tema da dimostrare, questo mezzo utilizzato da Brady alla fine diventa credibile, quasi giustificabile. Il problema è che, sebbene al tema del mezzo ad un certo punto sei in grado di dare una certa parvenza di plausibilità, manca tutto quello che c'è stato per arrivare all'utilizzo di quel mezzo. Quindi è un po' come se King vi stesse dicendo che Brady fino a ieri era in ospedale ma ha imparato a buttarsi dalla finestra per cadere nel cesto di una mongolfiera che lo porta in giro nella città per ammazzare la gente. La prima domanda che ti fai è: ma la mongolfiera lì che ci fa? Chi ce l'ha messa? Possibile che nessuno se ne sia accorto? E come fa a non sfracellarsi Brady? Come ha imparato? E come fa dalla mongolfiera ad ammazzare le persone? Ad alcune di queste domande King risponderà ma a quelle basiche, tipo sul perché la mongolfiera è lì e su come ha imparato Brady a gettarsi, darà un accenno spiegando magari come fa a rientrare.

Questo modo di fare indebolisce l'insieme tanto che ogni tassello aggiunto sul passato, di cui accenna sporadicamente qui e lì, galleggia senza una reale concatenazione con quelli a cui si è accennato in precedenza. Ed è un vero peccato perché invece l'insieme dei tre libri tiene davvero bene. I personaggi che vanno e vengono, mantengono le loro caratteristiche come se i tre libri fossero in realtà uno solo. Quindi anche se si assentano e poi vengono richiamati a casa, anche se sono passati 4 anni, sono come uno si aspetterebbe di trovarli, cresciuti ma coerenti alla costruzione del loro personaggio iniziale. Quelli aggiunti sono altrettanto credibili e accurati. Le loro caratterizzazioni, di tipo del tutto americano, sono corrispondenti, in alcuni casi pure troppo, allo stereotipo del tipo di personaggio che impersonano. Hodges, è sempre se stesso, la polizia brancola sempre un po' nel buio per lasciargli spazio d'azione e lo fa motivando in maniera plausibile la rinuncia all'indagine.

Il finale stavolta non è allungato anzi decisamente coinciso. Non è credibile fino in fondo solo perché ad un certo punto, quando tutto sembra perduto c'è una comparizione mal giustificata che fa tanto mi-serviva-qualcuno-che-salvasse-capra-e-cavoli, ma dopo tutta questa architettura costruita in maniera eccezionale e originale, sono disposta anche a perdonare questo a King.
Rimane il fatto che, guardando alla trilogia completa sono contenta di averla letta. Alla fine ho visto qualcosa di diverso dalle mie letture legate al genere e soprattutto ho scoperto alcune caratteristiche di King che non mi dispiacciono, tra cui la più importante è quella capacità di creare scenari e situazioni originali. 
Vediamo che succederà con i due libri che ho comprato proprio per questa caratteristica: The dome e Cell. Ne riparleremo!

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Fine turno
Stephen King
Sperling&Kupfer, ed. 2016
Traduzione di G. Arduino
Collana Pandora S&K
Prezzo 19,90€


Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 1 marzo 2017

[Dal libro che sto leggendo] I falsificatori

Fonte: LettureSconclusionate

Ricordate che ieri vi dicevo che, forse,  sono fuori dal tunnel? Ecco, galeotto fu il libro trovato per puro caso e preso per lo stesso motivo, di oggi. "I falsificatori" esce nel catalogo Fazi nel 2010 e ritorna l'anno successivo con il secondo volume di saga "Gli illuminati". Ha una trama da "acchiappo" come anche una scrittura decisamente scorrevole e l'attacco è decisamente intrigante.

Al mondo la "Storia", quella che si studia nei libri di scuola, ha bisogno di un "aiutino". Non che si possano raddrizzare tutti i passaggi precedenti, ma si può riqualificare il passato sperando di costruire un futuro migliore per tutti. E' quella che sembra la mission del CFR ("sembra" perché sono quasi a metà e la storia si sta sempre più ingarbugliando!). Sliv, giovane neo laureato, trova quasi per caso il lavoro che aveva desiderato dove può applicare i suoi studi in geografia, avere un buon stipendio e viaggiare. Ma già alla prima missione, c'è qualcosa che stona, poi un refuso che si ripete nei resoconti, un rapporto consegnato da Eriksson che svela un mondo che non pensava esistesse e la scoperta del CFR. Non serve dire altro!

Quello che mi affascina probabilmente di più, è questa grande ipotesi su cui si basa: per cambiare il futuro dobbiamo cambiare il passato. L'insieme dei personaggi e delle situazioni crea questa "condizione" in cui l'unico modo per il quale l'umanità possa evolvere è proprio basato sul suo rapporto con il passato e che, la falsificazione, che ci è comunque nota - quindi non è una situazione così astrusa- sia nel bene che nel male, possa inficiare,attraverso la leva del secolo, "l'opinione pubblica", su situazioni in divenire modificando il corso della storia che stiamo costruendo. Le spiegazioni di Bello, attraverso le riflessioni dei rappresentanti del CFR gettano sicuramente nuova luce e anche più di un'ombra nella percezione della notizia e nella considerazione della "memoria mondiale". 

Nonostante tutti i riferimenti indicati in seconda di copertina: Borges, Dick e Le Carré (di quest'ultimo so poco e nulla!) suppongo che quest'idea nasca anche da un fatto reale, ovvero la burla del secolo di Pierre Plantard che, per evadere dalla sua vita insignificante, con l'aiuto di uno storico e di un presentatore radiofonico si inventò il "Priorato di Sion". Riuscì a portare le carte di questa dinastia di "tenutari del segreto del Graal", in cui figuravano personaggi di spicco della cultura, dell'arte e della scienza, nella Biblioteca di Francia. Il fatto che fossero stati ritrovati lì, diede a loro il certificato di autenticità e, finché non fu scoperta la truffa, tutto il mondo si interrogò su questo Priorato. Ancora oggi, grazie anche a Dan Brown e al suo "Il codice da Vinci", ci sono molte persone convinte che il Priorato esista e che Plantard abbia solo svelato la verità.

Questo non significa che "I falsificatori" siano sullo stesso livello del libro di Dan Brown, in questo caso sembra che l'autore abbia necessità di essere il più possibile preciso nell'elencare verità storiche e per giustificare  le modifiche delle stesse. Ma tanto ne riparleremo in recensione! Intanto che riflettete, vi lascio le prime pagine di questo libro davvero spettacolare e vado a leggerne un altro po' anche io!
Buone letture,
Simona Scravaglieri




PARTE PRIMA

Reykjavík 

Uno
«Congratulazioni, giovanotto», disse Gunnar Eriksson mentre firmavo il contratto di assunzione. «Ora è uno dei nostri».
Io infilai la mia copia del contratto nella borsa a tracolla rallegrandomi ancora una volta della piega che avevano preso gli avvenimenti negli ultimi tempi. Quindici giorni prima, ero stato sul punto di accettare una proposta che avrebbe fatto di me il vicedirettore export ci un conservificio di Siglufjörður (1.815 abitanti, orsi esclusi). Il reclutatore  aveva decantato il dinamismo del settore e le prospettive di carriera, aggiungendo che il misero stipendio non avrebbe dovuto preoccuparmi, visto che le occasioni di spanderlo erano praticamente inesistenti.
Mia madre e la responsabile dell'ufficio di collocamento dell'università di Reykjavík, presso la quale mi ero laureato, mi avevano consigliato di accettare un'offerta che, a loro avviso, avrebbe potuto non ripresentarsi a breve. Va detto che, nel settembre 1991, il mercato del lavoro non offriva molto a un laureato in geografia di ventitré anni. La prima guerra del Golfo aveva gettato l'economia mondiale in una grave recessione e le imprese assumevano più volentieri esperti in ristrutturazione che non geologi o cartografi.
Per mia fortuna, la mattina del giorno impostomi come limite per prendere una decisione, mi ero imbattuto in un annuncio che sembrava scritto per me.
«Centro di studi ambientali ricerca project manager. Si richiede laurea in geografia, economia o biologia. Prima o seconda esperienza. Sede: Reykjavík. Disponibilità agli spostamenti. Retribuzione interessante. Inviare curriculum vitae a Gunnar Eriksson, direttore delle operazioni, studio Baldur, Furuset & Thorberg».
Deciso a coglie l'occasione, avevo portato di persona il curriculum all'indirizzo indicato. Con mia grande sorpresa, la receptionist aveva chiamato Gunnar Eriksson, che si era offerto di ricevermi immediatamente. Io avevo accettato di buon grado, scusandomi tuttavi per la mia tenuta, poco adatta a un colloquio vero.
«Bah», mi aveva risposto Eriksson invitandomi a seguirlo, «me ne frego della sua tenuta come della mia prima aurora boreale».
Un'affermazione tanto più sorprendente in quanto veniva da una persona che prestava molta attenzione al proprio abbigliamento. Non avevo mai visto nessuno così ben vestito e , al tempo stesso, così trasandato. Mi dissi che, se mai un giorno mi fossi potuto permettere delle camice firmate, avrei evitato di portarle fuori dai pantaloni.
Eriksson mi aveva condotto nel suo ufficio. A Giudicare dalla splendida vista sul porto di Reykjavík, la carica di direttore delle operazioni non era una semplice onorificenza. Pannelli perlinati, luci riposanti, un morbido tappeto e persino un caminetto: tutti emblemi del lusso islandese. Eriksson si era seduto su un'elegante poltrona di cuoio color cioccolato sapientemente invecchiato.

Questo pezzo è tratto da:

I Falsificatori
Antoine Bello
Fazi editore, Ed 2010
traduzione di Lisa Crea
Prezzo 19,50€

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