mercoledì 26 aprile 2017

#maggiodeilibri si parte da qui! [dal libro che sto leggendo] The Dome (Under the dome)

Quest'anno il "Maggio dei libri" ho deciso di festeggiarlo anche io. Non è una cosa che abbia fatto mai, ma c'è anche da dire che questa manifestazione, nata nel 2011, ha un anno in meno del mio blog e che, in fondo, sempre di libri si parlerà. Così ho deciso di raccontarvi e raccontarmi in una serie di post dedicati ai libri che più ho amato e quelli che invece mi entusiasmano oggi, accostandoli, come al mio solito, agli acquisti e anche alle scoperte e alle letture correnti. 
Ci sono stati libri belli, quelli stupendi, i brutti e anche quelli che son proprio sòle, ma, ogni volta che mi guardo indietro o che mi capita di leggere qualche vecchia recensione ricordo ancora distintamente l'umore di quel giorno o l'emozione che quel libro mi ha dato. 
Il claim della manifestazione è "Leggere insieme" e ci sono anche una serie di percorsi, individuabili con degli hastag, che toccano temi come il benessere, la legalità, i paesaggi e anche gli anniversari di nascite e morti di scrittori illustri. Per cui, per non rimanere sola in questo viaggio, ho deciso di coinvolgere un'allegra brigata di blogger e vlogger - a cui si possono unire anche altri (c'è ancora spazio!)- per vedere quante sfumature si possono, dare in un mese dedicato ai libri, ai temi proposti. Ci sono:
E visto che si parte parlando di leggere insieme, quale modo migliore di un bel [Dal libro] che vi faccia sbirciare in quello che sto leggendo ora? Quindi bando alle ciance e partiamo da qua!

Fonte: Pinterest

Libro preso a Gennaio 2017 dopo averci lungamente pensato. E' un tomo vero, conta 1.000 e rotte pagine ma non è questo che mi impensieriva, ma il fatto che il Re indiscusso dell'horror ha questo vizio di dilungarsi in descrizioni e descrizioni... e descrizioni. E, come ben sa chi mi legge da un po', quando la descrizione s'allunga troppo per me stroppia! Il King che non si dedica all'horror è una scoperta relativamente recente, più o meno un paio di anni fa, ed è stato interessante trovare fra la sua produzione anche generi diversi, come quello di cui vi parlo oggi, tra cui la distopia.

Per chi non avesse visto la serie TV (davvero spettacolare!), a Chester's Mill in una bella giornata d'ottobre, senza che nessuno riesca a capire come o che ci siano stati segnali, cala una grande cupola trasparente. Questa è la storia di come una piccola comunità del Maine si ritrova a dover diventare un mondo dentro un mondo. Intrighi, uccisioni si sovrappongono alle morti che sono provocate da questo scudo trasparente inaspettato. 

I primi due "capitoletti" che vi metto oggi riguardano proprio questo momento. Dopo aver visto la serie sapevo che non potevo esimermi dal leggere la storia... ma per chi, sa, la mucca... è diventata una marmotta! E devo dire che, forse, è meno d'impatto, ma passate le prime 50 pagine, quando riesci a riconoscere i personaggi, diventa molto scorrevole!
Buone letture e attenti alle cupole!
Simona Scravaglieri

L’aereo e la marmotta 


 1 

Mentre Claudette Sanders stava prendendo una lezione di volo, osservava la cittadina di Chester’s Mill brillare nella luce del mattino come qualcosa di appena fatto e lì posato giusto ora. Le macchine che percorrevano Main Street lanciavano ammiccamenti di sole. Il campanile della chiesa congregazionalista (la «Congo») sembrava abbastanza aguzzo da pungere il cielo immacolato. Nel momento in cui il Seneca V lo sorvolava, il sole scorreva sulla superficie del Prestile Stream, acqua e aereo a tagliare la cittadina sulla medesima diagonale. 
«Chuck, mi pare di vedere due ragazzi al Peace Bridge! A pescare!» La gioia incontenibile la faceva ridere. Le lezioni di volo erano un omaggio del marito, che era primo consigliere cittadino. A lei la nuova avventura era piaciuta fin da subito. Ma non era semplice piacere, era estasi. Quel giorno per la prima volta aveva capito veramente che cosa faceva del volo un’esperienza così fantastica. Che cosa lo rendeva straordinario. 
Chuck Thompson, il suo istruttore, toccò delicatamente la cloche, poi indicò il quadro comandi. «Certo», disse, «ma manteniamo l’assetto, Claudie, d’accordo?» 
«Scusa, scusa.» 
«Di niente.» Insegnava a volare da anni e gli piacevano gli allievi come Claudie, entusiasti di imparare qualcosa di nuovo. Probabile che di lì a non molto sarebbe costata a Andy Sanders un bel gruzzoletto; si era innamorata del Seneca e aveva espresso il desiderio di possederne uno come quello, nuovo però. Si stava parlando di qualcosa nell’ordine di un milioncino di dollari. Anche se non la si poteva definire proprio viziata, Claudie Sanders aveva gusti innegabilmente costosi che Andy, per sua fortuna, sembrava poter soddisfare senza troppa fatica. 
A Chuck piacevano anche le giornate come quella: visibilità illimitata, assenza di vento, condizioni perfette per una lezione. Non di meno, quando Claudie esagerò nel correggere la rotta, il Seneca ondeggiò leggermente. 
«Ti stai distraendo. Non farlo. Mettiti su uno-venti. Abbassiamoci sulla Route Centodiciannove. E scendi a novecento.» 
Lei eseguì e il Seneca ubbidì ai suoi comandi di nuovo in assetto perfetto. Chuck si rilassò. 
Sorvolarono la rivendita di auto usate di Jim Rennie e poi la cittadina fu dietro di loro. C’erano campi su entrambi i lati della 119 e alberi che ardevano di colori. L’ombra cruciforme del Seneca risalì l’asfalto e un’ala nera sfiorò per un attimo una formichina d’uomo con uno zaino in spalla. La formichina d’uomo guardò su e salutò con la mano. Chuck ricambiò, anche se sapeva di non poter essere visto. 
«Che giornata maledettamente favolosa!» esclamò Claudie. Chuck rise. 
Alle loro vite restavano quaranta secondi.  
 
La marmotta trottava sgraziata sul ciglio della Route 119 diretta a Chester’s Mill, anche se l’abitato distava ancora più di due chilometri e persino le auto usate di Jim Rennie erano solo una serie di luccichii disposti in file in un punto in cui la strada girava a sinistra. Aveva in programma (per quanto possano programmare qualcosa le marmotte) di rituffarsi nel bosco molto prima di arrivare laggiù. Al momento però il ciglio andava bene. Si era allontanata dalla tana più di quanto avesse voluto, ma il sole era caldo sulla schiena e gli odori le sfrigolavano nel naso formando nel suo cervello immagini rudimentali che non erano proprio figure. 
Si fermò e per un istante si drizzò sulle zampe posteriori. Gli occhi non erano più quelli di una volta, ma ci vedeva abbastanza bene da distinguere poco distante un umano che veniva verso di lei sul ciglio opposto. 
Decise che sarebbe andata lo stesso un po’ più avanti. Alle volte gli umani lasciavano indietro cose buone da mangiare. 
Era vecchia e grassa. Aveva razziato un buon numero di bidoni della spazzatura nella sua lunga vita e conosceva la via per la discarica di Chester’s Mill bene quanto le tre gallerie della sua tana; sempre cose buone da mangiare alla discarica. Ondeggiò soddisfatta tenendo d’occhio l’umano che sopraggiungeva sull’altro lato della strada. 
L’uomo si fermò. La marmotta capì d’essere stata vista. Alla sua destra e poco più avanti c’era una betulla caduta. Si sarebbe nascosta là sotto, avrebbe aspettato che l’uomo passasse, poi sarebbe andata a vedere se fosse rimasto in giro qualcosa di gustoso da… 
Arrivò fin lì nei suoi ragionamenti –e compì altri tre passi dondolanti –anche se era stata tagliata in due. Poi cadde spezzata sul bordo della strada. Il sangue sprizzò e pompò; le viscere si rovesciarono sul terreno; le zampe posteriori scalciarono rapide due volte, poi si fermarono. 
Il suo ultimo pensiero prima del buio che ci accoglie tutti, marmotte e umani, fu: Cos’è stato?
Questo pezzo è tratto da:

The Dome
Stephen King
Sperling & Kupfer, ed. 2009
Traduzione di Tullio Dobner
Collana "Narrativa"
Prezzo 23,90€




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venerdì 21 aprile 2017

"Mash", Richard Hooker - Il potere della scrittura che crea appartenenza...

Fonte: Eye on Canada "The real Mash"

Se non avessi assistito alla presentazione, il libro di oggi probabilmente non l'avrei mai letto. In generale perché probabilmente l'avrei giudicato un lavoro di nicchia, per soli estimatori. E invece, non solo sono andata alla presentazione e mi sono lasciata affascinare dalla passione del traduttore, ma ho anche deciso di prenderlo e l'ho finito giust'appunto l'altro giorno. M*A*S*H si è rivelato non solo un lavoro molto più serio e pertinente di quanto mi aspettassi, ma l'ironia e il paradosso che caratterizzano certi atteggiamenti, che pensavo avrebbero stonato con l'insieme, ben si combinano con un panorama desolante come quello che si viveva negli accampamenti ospedale, definiti appunto "MASH", delle forze americane nella guerra di Corea. E' una guerra che in fondo non ci appartiene, che è entrata magari nelle nostre case attraverso le notizie dei giornali, i film o serie TV o anche documentari storici o che abbiamo vissuto di rimando, come fosse una cosa che non ci interessava. Nel mio mondo di figlia degli anni '70 è entrata relativamente tardi, con l'omonima serie TV che oggi scopro essere tratta da un film.

Per coloro che non avessero mai visto né serie e né film, MASH, racconta della vita nel 4077 accampamento medico in Corea dove, per problemi di gestione dei feriti, un giorno vengono inviati due chirurghi, da aggiungere all'organico, dai nomi/soprannomi altisonanti come "Occhio di Falco" e il "Duca". Il primo del Nord America e l'altro Sud, entrambi chirurghi formati sul campo, maghi di quella che i compatrioti chiamano "bassa macelleria". Come dice ad un certo punto "Occhio di falco" ad una recluta, loro hanno ben chiaro quello che stanno facendo e, nel loro obiettivo, non c'è quello di fare le rifiniture ma di salvare il paziente. La rifinitura la lasciano ai medici successivi, perché se perdi tempo a fare un lavoro di fino con un paziente, molti altri che sono in attesa e hanno urgenza di essere operati potrebbero morire. Serve invece tenerne in vita il numero maggiore possibile. Ecco, in tutto questo si racchiude il tema di fondo di questa storia che, nei primi capitoli, non è così evidente. 

Io pensavo di ridere un sacco, ed è stato così in effetti, ma in alcuni punti emerge l'amarezza e la necessità di scappare dalla realtà, che si rivela dell'abuso di alcool, nella misoginia e nella ricerca di alcuni di visibilità per avere la certezza di sapere di "essere qualcuno" anche in un luogo sperduto come quello del campo. "Essere qualcuno" non significa avere i riflettori puntati, significa senso di appartenenza al gruppo, perché qui il gruppo non è dei "fighi" ma di quelli che ogni notte salvano vite aiutandosi fra loro al di là delle convenzioni di gradi e mostrine. Poi ci sono gli elicotteri delle sei, quelli più odiati perché nessuno si alzerebbe in volo a quell'ora di mattina o di sera. Sono quelli che portano i feriti più gravi e che annunciano una notte o una giornata di battaglie per tenere in vita questi uomini che, come succede per i medici, hanno scelto di rispondere al richiamo dell'esercito per la loro patria ma cominciano a non vederne più la ragione.

Non saprei nemmeno come spiegarvi, questo senso di vuoto e partecipazione che scaturisce dalla penna di Hooker - e di rimando del suo traduttore Marco Rossari- che ti pervade ad un certo punto. Non diventa noioso, ma senti la fatica di questi uomini sottoposti a turni massacranti che non si rassegnano ad abbandonare nessuno. E allora passa in secondo piano, il maschilismo riservato alle donne o l'alcol onnipresente e anche gli scherzi di pessimo gusto. Il tutto è inserito in un mondo che rimarrà lì e che, se non fosse così, sarebbe imploso e non avrebbe retto alla lunghezza di quella guerra. Qui il punto non è se la guerra sia giusta o no, qui il punto è l'effetto sulle persone che la vivono e soprattutto quelli che la vivono da relativamente lontano anche se abbastanza vicino. C'è un momento in cui, dopo un'affluenza costante di feriti, i medici si interrogano quando finirà questo continuo massacro e non riescono a sapere nulla. Loro sentono i rumori, vedono gli effetti, ma non sono né a casa e manco sul fronte. Eppure la guerra ha anche loro, è il loro mondo ed è un mondo pesante che li unisce e che una volta abbandonato li dividerà.

Quindi cominci Mash divertendoti. Le battute, lo scambio continuo di botta e risposta nei numerosi dialoghi garantiscono ritmo alla narrazione tanto che, le prime 100 pagine volano via in un soffio. Poi arrivi al capitolo del "Diluvio" -dove non c'è nulla di orribile tante volte ve lo steste chiedendo e che il mio "io" di lettrice ha individuato come il "capitolo 7" ma potrebbe non essere quello - in cui tutto il realismo della scrittura di Hooker si rivela. A quel punto quel mondo, quel campo immaginario, quei medici, le infermiere, le tende degli alloggi e dell'ospedale, tutto insieme, cominciano ad appartenerti. Quella guerra di cui hai solo sentito parlare diventa anche tua. Ma, la cosa strana è che non è "la guerra" come la intendiamo oggi noi italiani; quello che ti appartiene è la situazione come la vive chi sta in guerra. Ed è un concetto diverso: quello che noi viviamo è il rifiuto dell'offesa, del contrasto armato, della rivalsa, delle spese. Qui non ci sono pallottole, la prima linea nemmeno la vediamo. Qui noi vediamo persone, i segaossa al lavoro, le "pinte" di sangue e vediamo l'effetto su uomini che non hanno visto la prima linea ma ne vedono i risultati. Non si pongono il problema se sia giusto o no. Loro hanno risposto ad una chiamata della loro patria, sono lì per questo e null'altro. Nessuna politica e nessuna obiezione. Solo uomini e la fatica di contrastare gli effetti. E' un punto di vista privilegiato che difficilmente gli autori riescono a riservare ai loro lettori come succede in questo caso.

E' una lettura che si fa con leggerezza all'inizio e che poi, per le motivazioni elencate, si fa fatica a lasciare. Ne sono rimasta stupita pure io in prima persona. Ma è una lettura che consiglio veramente a tutti. Un po' per sfatare il mito che io avevo che MASH fosse stato portato in TV solo per ridere e poi per darsi la possibilità di provare qualcosa di diverso e a questo punto, decisamente di qualità.
Non ve ne pentirete,
Simona Scravaglieri 


M*A*S*H*
Richard Hooker
Edizioni SUR, ed. 2017
Traduzione a cura di Marco Rossari
Collana "BIGSUR"
Prezzo 16,50€



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mercoledì 19 aprile 2017

[Dal libro che sto leggendo] Tredici (Thirteen Reasons Why)


Abbiamo parlato di questo libro giusto venerdì ("Tredici", Jay Asher - Si poteva far di meglio...) e ci ho scritto su un sacco di cose, più di quanto mi aspettavo che ne venissero fuori. E, a distanza di un lungo fine settimana con l'aggiunta di un altro bel libro letto, posso dire di pensarla ancora così. Libro che, nato come un thriller diventa uno YA, cui viene data l'importanza di "aver trattato temi importanti per l'adolescenza, come i problemi dell'adolescenza nell'ambito scolastico", che però, proprio perché è nato per altro, centra l'obiettivo solo in parte.

Ma, avendo visto che la serie TV che ne è stata tratta, posso dire che nel confronto scrittore bette sceneggiatori 10 a 1. Le varie puntate infatti sono confusionarie, tirano fuori situazioni che il libro non contempla e inseriscono tutta una serie di fattori che l'autore aveva volutamente trascurato per una scelta che, una volta spiegata, è sicuramente più condivisibile rispetto alle motivazioni dei produttori televisivi.

Per chi non conoscesse né serie e tanto mento il libro. Clay tornando da scuola trova in veranda un pacco che contiene sette cassette numerate. Una volta trovato un mangianastri, premuto play, gli si gela il sangue. La voce che sente uscire dall'altoparlante è quella di Hannah compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. Hannah, chiarisce da subito una cosa: le cassette contengono le tredici ragioni del suo gesto. Se sei nella lista hai ricevuto le cassette, le devi ascoltare tutte per scoprire il tuo peccato e quando avrai finito dovrai passarlo a quello che è il protagonista della storia dopo la tua. Se non lo farai, verrà resa pubblica la storia attraverso le cassette che sono state date ad una persona esterna alla lista stessa. A Clay non rimane che continuare ad ascoltare.

In fondo i dati del libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri


«Scusi?» ripete lei. «Quando vuole che sia recapitato?» 
Mi passo due dita sul sopracciglio sinistro, premendo. Ho la testa che mi scoppia. «Fa lo stesso» rispondo. 
La commessa prende il pacco. La stessa scatola da scarpe che giaceva sulla veranda di casa mia meno di ventiquattr’ore fa; avvolta in un sacchetto di carta marrone, sigillata con scotch trasparente, uguale identica a come l’avevo ricevuta. Ma indirizzata, ora, a un altro destinatario. Il prossimo sulla lista di Hannah Baker. 
«Quant’è?» 
La tizia posiziona la scatola su un tappetino di gomma, poi digita una serie di cifre sulla tastiera. Appoggio sul bancone il mio bicchierone di caffè da autogrill e controllo il display. Tiro fuori dal portafoglio qualche biglietto da un dollaro, pesco nelle tasche un po’ di moneta, e piazzo i soldi davanti a lei. 
«Temo che il caffè non abbia ancora fatto effetto» osserva. «Manca un dollaro.» 
Le do il dollaro e mi stropiccio gli occhi assonnati. Il caffè ora è quasi freddo, tanto che devo sforzarmi per trangugiarlo. Ma ho assolutamente bisogno di svegliarmi. 
O forse no. Forse è meglio passare la giornata mezzo addormentato. Forse è l’unico modo per arrivare fino a sera. 
«Dovrebbero recapitarlo domani» aggiunge lei. «O al massimo dopodomani» e lascia cadere il pacco in un carrello alle sue spalle. 
Avrei dovuto spedirlo dopo la scuola. Avrei dovuto concedere a Jenny un giorno in più di pace. 
Anche se non se lo merita. 
Rientrando domani, o dopodomani, troverà sulla porta di casa un pacco. Oppure, se la madre, il padre o qualcun altro rincaserà prima di lei, se lo ritroverà magari sul letto. E sarà tutta emozionata. È successo pure a me. 
Un pacco senza mittente? Si sono dimenticati o l’hanno fatto apposta? Sarà mica un’ammiratrice segreta? 
«Vuole la ricevuta?» Faccio segno di no. 
Un piccolo registratore di cassa la stampa lo stesso. Io sto a guardare, mentre la commessa strappa il foglietto lungo i dentini di plastica e lo butta in un cestino.
C’è un unico ufficio postale in città. Chissà se è la stessa impiegata che ha servito anche gli altri della lista, quelli che hanno ricevuto il pacco prima di me. Si saranno tenuti la ricevuta per ricordo? L’avranno infilata in fondo al cassetto della biancheria? Oppure infilzata su una bacheca di sughero? 
Faccio quasi per richiedergliela. Sono sul punto di dire: “Mi scusi, ci ho ripensato. Posso avere la ricevuta?”. Così, per ricordo. 
Ma se avessi voluto un souvenir, avrei potuto copiare i nastri o tenermi la mappa. In realtà, non desidero sentirne parlare mai più. Anche se la sua voce resterà per sempre con me. E le case, le strade, la scuola continueranno a ricordarmela. 
Non è più un problema mio. Il pacco è già partito. Esco dall’ufficio postale senza ricevuta. 
Vicino al sopracciglio sinistro, la testa continua a martellarmi. Ogni volta che deglutisco avverto in bocca un sapore amaro, e più mi avvicino a scuola, più mi sento sul punto di crollare. 
Voglio collassare. Voglio spalmarmi all’istante sul marciapiede e trascinarmi in mezzo all’edera. Perché, oltrepassata quella, il marciapiede fa una curva lungo il perimetro esterno del parcheggio della scuola. Poi, taglia dritto in mezzo al prato, fino all’ingresso dell’edificio principale. Attraversa il portone e diventa un corridoio che si snoda tra file di aule e armadietti su entrambi i lati, fino a varcare la soglia sempre aperta della classe, alla prima ora. 
Lì davanti, rivolta verso gli studenti, ci sarà la cattedra del prof Porter. Lui sarà l’ultimo a ricevere un pacco senza mittente. E in mezzo, a sinistra, ci sarà il banco di Hannah Baker. 
Vuoto.

Ieri
Un’ora dopo la scuola
Un pacco grande quanto una scatola da scarpe è appoggiato contro la porta di casa mia. La porta ha una piccola buca in cui infilare la posta, ma tutto quello che è più spesso di una saponetta viene lasciato fuori. Uno scarabocchio sull’involucro indirizza il pacco a Clay Jensen, così lo raccolgo ed entro in casa. 
Lo porto in cucina e lo appoggio sul bancone. Apro il cassetto delle cianfrusaglie e pesco un paio di forbici. Passo la lama attorno al coperchio e lo sollevo. Dentro c’è una specie di tubo fatto di plastica con le bolle. Lo srotolo e trovo sette audiocassette sfuse. 
Ogni cassetta ha un numero blu in alto a sinistra, scritto forse con dello smalto per unghie. Ogni lato ha un suo numero. 
Uno e due sulla prima cassetta, tre e quattro sulla seconda, cinque e sei sulla terza, e così via. L’ultima ha un tredici scritto su un lato e niente sull’altro. 
A chi verrebbe mai in mente di spedire una scatola piena di cassette? Nessuno le ascolta più. Non so nemmeno se abbiamo ancora un mangianastri. 
In garage! Lo stereo sul tavolo da lavoro. Papà l’ha comprato a una svendita. Glielo tiravano dietro. È di quelli vecchi, non importa se si copre di segatura o di schizzi di vernice. Ma la cosa fondamentale è che ha un mangianastri incorporato. 
Trascino uno sgabello davanti al tavolo, butto lo zaino per terra, e mi siedo. Schiaccio EJECT. Lo sportellino di plastica si apre e c’infilo dentro la prima cassetta.




Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana "Chrysalide"
Prezzo 17,00€


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venerdì 14 aprile 2017

"Tredici", Jay Asher - Si poteva far di meglio...


Fonte: BadTV

Avrei voluto parlavi di Ira Levin, ma avendo pubblicato il [Dal libro che sto leggendo] l'altro giorno soprassediamo. Quindi visto che ho appena finito di vedere "13", la serie TV di Netflix, e avendo già letto il libro, oggi parliamo di suicidio. Oddio, non sarà una cosa noiosa, perché tra libro e serie qualche svarione c'è e c'è anche qualche cosa buona. Ma gli svarioni sono un pochino di più. Mi è piaciuto? Mi piace l'idea di quello che è un libro che alla fine è stato destinato ai giovani -ne parliamo più avanti- e mi piace l'idea della costruzione della trama. Mi è piaciuta meno la serie, in cui i concetti, con la scusa dell'attualizzazione probabilmente, che non regge molto cambia il concetto di base e lo trasforma in un altro concetto meno universale del precedente concentrandosi solo su alcuni punti e non sul quadro generale. Diciamo che se, come succede di solito, al successo inaspettato di un libro, anche dopo tanti anni, e di una serie TV ne seguiranno altri -libri e serieTV- fatti "a stampo", ovvero leggere variazioni del libro stesso, forse potrei non giustificare più tutto l'insieme che secondo me in alcuni punti traballa non poco. 

Mattina di un giorno qualunque. Un ragazzo rientra da scuola; si chiama Clay e, solitamente, non è propriamente un compagnone, anzi, preferisce starsene per conto suo. Mentre entra in casa si accorge che in veranda c'è un pacco indirizzato a lui; lo tira su ed entra in casa e, quando lo apre, trova una scatola da scarpe in cui sono inserite 13 cassette. Clay prende la scatola e si dirige in garage dove sa esserci uno stereo che le legge e inserisce la prima, preme play e dopo un attimo il sangue gli si gela. La voce che dice "Ciao, sono Hannah..." è quella di una sua compagna di classe che, qualche settimana prima, si è suicidata. La prima parte è tutta di istruzioni veloci e semplici: le cassette mappano i 13 motivi attraverso i quali lei è arrivata a decidere di togliersi la vita e parlano di tredici persone che sono coinvolte. Ogni persona che riceve il pacco deve ascoltare tutte le cassette ricomporre il pacco e rispedirlo a quello che compare dopo la storia che lo riguarda. Se la procedura non sarà seguita c'è una copia delle cassette che varrà diffusa pubblicamente. E Hannah comincia a raccontare.  La storia comincia qualche tempo addietro quando Hannah arriva in città da fuori con i genitori. Loro vogliono farsi un negozio loro (che non è specificato di che tipo) e Hannah si ritroverà ad doversi inserire in una scuola del tutto nuova. Poi la festa per salutare l'unica amica che sta per partire e quel ragazzo Justin e tutto è partito da lui...

La storia non era nata inizialmente come uno YA, ma come un thriller. Jay cercava un'idea, un tipo di storia diversa dall'usuale e un giorno, per sua stessa ammissione, si è presentata così e lui non ha fatto altro che seguire l'ispirazione del momento. E questo si vede da alcune caratteristiche che, secondo me, dicono che quando l'immagine che segui è tanto particolareggiata o non ti accorgi delle cose che sono un po' deboli oppure scrivendo tutto di getto è difficile dopo cambiare l'assetto di queste debolezze all'interno del testo. Questo perché qui ogni storia è correlata all'altra e introduce l'altra come una sorte di catena e cambiare o togliere qualcosa rischia di minare l'insieme. E la prima parte dall'azione di Hannah: Lei si toglie la vita ma fa in modo che la colpa della sua scelta non sia la sua ma delle persone riportate nella cassetta. Una vendetta che le toglie l'aura di vittima e che smorza i toni del suo gesto. Hannah accusa i suoi "carnefici" vendicandosi diventando lei stessa una carnefice. Punisce i gesti e gli atteggiamenti ma lo fa caricandoli di significati decisamente più pesanti di molti di quelli che qui sono riportati.

In questo libro si parla di solitudine, di difficoltà comunicativa, suicidio, in parte del bullismo ma in generale di superficialità da un lato e dall'altro della barricata. Quella di Hannah è una generazione senza punti di riferimento, che va avanti alla giornata e che conta sull'appartenenza al gruppo per sentirsi definita e questo è decisamente plausibile sia per gli adulti e a maggior ragione in ragazzi che attraversano quel complicato periodo che è l'adolescenza. Ma l'appartenenza è un qualcosa "dovuto" e non meritato. Le immagini che scorrono nel libro, dire la serie sarebbe stato facilmente giustificabile, sono quelle di una ragazza che vede sfumare delle amicizie ma che non fa poi molto per capire. Che subisce i classici scherzi da scuola come le liste del più bello/più brutta, che sente la gente che ride dietro a lei e via dicendo. Diventa il motivo per isolarsi sempre di più e non reagire sin dall'inizio. Hannah non vede chi ha accanto e che le vuole bene, seleziona le immagini che le servono a darsi il quadro peggiore che ci sia e sceglie di farla finita. Mettiamoci anche l'ultimo carico: Hannah non è una ragazzina qualunque occhialuta, bruttarella magari anche un po' tanto in carne. Qui parliamo di una bella ragazzina che, nemmeno arrivata, già si fa notare dal gruppo dei "fighi" e che quindi è a quel mondo che vuole appartenere. Se fosse stata in giornata e avesse sfruttato, che so, la lista come le altre a suo favore avrebbe fatto parte del gruppo, si sarebbe lo stesso sentita sola? O suicidata?

Le motivazioni. Temi pesanti ce ne sono, lo stupro, il gruppo che punisce, la violenza, l'impossibilità a spiegare come ci si sente. Ma il problema è che non sono 13, sono molti di meno, a memoria forse 6. Gli altri sono fatti che Hannah spiega essere il collegamento fra i primi e gli ultimi. Così i carnefici non lo sono tutti per responsabilità evidenti. È un po' come processare e condannare chi ha ucciso, la madre che lo ha partorito, e quello che è passato velocemente in macchina davanti alla casa dell'omicidio perché anche se le finestre erano chiuse, lo doveva sapere. E questo fa perdere un po' di smalto a tutto l'impianto. E infine c'è Clay. Nella serie TV sembra completamente fuori di testa tanto che ci mette una sacco di tempo ad ascoltare le cassette, continua a lamentarsi, ad accusare, a scusarsi. Non fa alcuna analisi di quello che dice Hannah a lui interessa trovare il colpevole per sapere "chi è stato". E anche questo secondo me è segno di superficialità. Non si ferma, l'ascolto è a scatti e si perde il senso dell'immagine che Hannah cerca di ricreare, con il risultato che i carnefici sembrano aver sentito meglio e capito a fondo quello che lui non capisce nemmeno all'ultimo. Nel libro sembra un quarantenne. È la parte di voce adulta che dialoga con la ragazza morta per elencare quante possibilità avrebbe avuto e che invece non ha nemmeno percorso. Nonostante non sia verosimile rende sicuramente il libro più incisivo ed educativo della serie tv. Clay parla, riflette, si arrabbia, ma nel libro in una notte ascolta tutto e si fa un quadro generale della situazione. Non può farla ritornare indietro, ma può finalmente capire perché non gli sia stata data una possibilità di cambiare il quadro d'insieme. È, come dice l'autore a valle del libro, quella voce esterna che riporta ogni eccesso al giusto punto di vista.

In questo, è vero somiglia più ad uno YA, anche se nella tradizione di questa tipologia di libri, la parte educativa non è così edulcorata come qui ed è derivata da comportamenti fattivi che portano a delle conseguenze mentre le considerazioni di Clay non danno sempre soluzioni percorribili e non sono misurabili in termini di effetti a corto raggio agli occhi di qualcuno che ha già deciso di farla finita ma anche da chi legge e vorrebbe per Hannah una via di uscita. Questo perché l'intento iniziale era il thriller e non il messaggio di salvezza. 
La scrittura: il testo è costruito invece come uno YA. Capitoli brevi, che intervallano situazioni passate descritte dalla ragazza con quelle presenti. È sicuramente attuale proprio per questo motivo perché in questo momento libri del genere vanno per la maggiore. È appetibile anche perché l'elenco dei temi è ben contestualizzato, e gli aduli in questo impianto entrano quel poco che serve a far funzionare la storia in generale. Linguaggio scorrevole, i momenti cardine, sono spiegati tutti tranne uno, quello dello stupro che nella serie invece è stato descritto minuziosamente. Dichiara due intenti diversi: il libro si incentra su quello che vive la ragazza che ubriaca assiste da un punto di osservazione non ottimale una scena che deve elaborare e capire. Per contro nella serie Hannah è una scusa per raccontare il lato oscuro delle scuole e dei rapporti fra studenti e quindi il punto è raccontare quello che subisce una vittima che non è la nostra protagonista. E in questo intento le cassette di Hannah diventano altro, sono il giudizio di un adulto che condanna tutto un mondo.

Ora, il libro non è il massimo, proprio per questo suo essere nato per altri motivi e poi riportato in un binario diverso. Ed è un libro che, proprio per questo motivo, non può essere considerato uno spunto per parlarne ma che deve essere letto con un adulto proprio perché manchevole di tutta una serie di informazioni atte a spiegare e a far capire ai ragazzi quello che qui è accennato o vagamente ventilato. La serie invece no, è bocciata. Non direi che è la trasposizione televisiva del libro, ma che è "liberamente tratta dall'idea di questo libro". La solitudine c'è anche senza la superficialità del mondo, ma in questo caso l'intenzione non è quella di narrare la storia di Hannah ma di parlare altro: bullismo, nonnismo, violenza stupro etc. Evidenzia le mancanze dell'impianto della scuola, ma non si fa carico di spiegare o comunque condannare i comportamenti familiari che sono le, chiamiamole, giustificazioni di ogni personaggio: Justin è così perché, Alex per quest'altro motivo, Jess ha quest'altro problema. Quindi raccontare tutto questo insiste sui giovani, quella è la leva. E per questo, anche se l'intento di base è lodevole, lo svolgimento è totalmente mancante anche perché è lo sceneggiatore stesso ad inserire a forza tutte queste spiegazioni in più che nel libro non servivano. Quindi il merge di due esigenze diverse diventa un'accozzaglia di temi che richiedono più di una spiegazione per episodio e capisco perché molti hanno chiesto a gran voce di vietare la serie ai minori di 14 anni.   

Dopo tutta questa serietà un appunto personale, come se non ne avessi fatti, ma in questo caso leggero lo voglio proprio fare: Jay, tu che sei l'autore del libro e che hai solo 3 anni in meno di me, ma tu le hai mai usate le audiocassette? No dimmelo, perché davvero c'è una cosa che mi ha urtato praticamente per mezzo libro e anche per buona parte della serie. Hannah infatti dice ai suoi ascoltatori "Ascoltate tutte le cassette, riavvolgetele, e poi speditele a quello della lista che viene dopo di voi". Ora, il libro è uscito nel 2007, e va bene le audiocassette erano già cose da "tempi del Commodore 64", ma sono 7 e le ha registrate lei su due lati tranne l'ultima. Ora le domande che sorgono sono due: ma da dove viene tutta questa preoccupazione sul "riavvolgere" la cassette? Altrimenti quello della lista che viene dopo s'offende? E poi ti svelo un segreto che forse non ricordi: se registri o senti la cassetta dal lato A e poi la giri ascoltando il lato B, la cassetta, quando hai finito si è già riavvolta! Lo so, sono una rompiscatole ma non ci posso far nulla se me lo ripetono in continuazione! 

Libro da leggere? Sì perché no, è un modo come un altro per parlare di cose serie e anche se la decisione di Hannah non è così chiara, è un modo per iniziare a parlarne. Certo il tutto deve essere fatto con le dovute precauzioni. È un libro che va commentato anche parlandone con altri, proprio perché capire cosa puoi fare quando la vita ti toglie il respiro e ti senti soffocare è una cosa importante. La serie potete guardarla perchè come sempre avviene ne parleranno tutti e quindi se volte appartenere al gruppo dovete sapere che succede. Ma, se ancora potete, concedetevi il lusso di leggere prima il libro per carpire le profonde differenze nelle intenzioni. Un'ultima raccomandazione: nell'extra ad un certo punto viene passato questo messaggio: "resistete se state così male perché passata quella storia il tutto migliora". Vi svelo un segreto: non migliora, ma voi diverrete sicuramente più forti e adulti tanto da capire quale peso dare a certe situazioni e a certi personaggi. A me è successo così.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

Tredici
Jay Asher
Oscar Mondadori, ed. 2017 (la prima è del 2008)
Traduzione a cura di Lorenzo Bortogallo e Maria Carla Dallavalle
Collana "Chrysalide"
Prezzo 17,00€

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 12 aprile 2017

[Dal libro che sto leggendo] Rosemary's baby



LettureSconclusionate



Ecco, se m'avessero detto che, in vita mia, avrei letto un libro horror li avrei presi per pazzi sciroccati. E infatti, quando mi è stato chiesto se avevo avuto paura a leggere "Rosemary's aaby", con fesso di non aver capito subito perché avrei dovuto avere quella reazione! Invece poi ho scoperto che una ragione l'avevano: Ira Levin, l'autore di questo spettacolare libro, è anche un autore di horror ed è uno degli scrittori preferiti di Stephen King insieme al un'altra famosa autrice che è Shirley Jackson di cui vi parlerò più in là.


Quello che, la qui presente "fifona"- poi un giorno vi spiegherò fino a che punto lo sono!-, ha appreso è: che l'horror garantisce quel grado di tensione che spesso non ritrovo in altri libri da cui invece me lo aspetterei. Ho scoperto anche che, se sono scritti così, mi piacciono assai e che, in fondo, la piacevolezza della narrazione fa veramente un gran lavoro e qui, di questo gran lavorio, c'è un esempio di eccellenza. 

La storia narra di due giovani sposi che trovano finalmente un appartamento sfitto in uno dei palazzi centrali della città. Lei non vede l'ora di andarci a vivere, lui è un pochino più restio. L'appartamento in questione apparteneva ad una anziana signora che è improvvisamente caduta in coma e poi morta. C'è un'aura oscura che avvolge queste mura ma gli sposi non la colgono affatto sul momento. Rosemary vorrebbe farsi una famiglia, Guy, che è un attore all'inizio della sua carriera, vorrebbe aspettare. Poi la conoscenza dei vicini di pianerottolo, una morte improvvisa e inspiegabile di una giovane ragazza che si è buttata dalla finestra e tutta questa storia prende tutta un'altra piega.

Lo avevo aperto al Bookpride, quando l'ho preso, per vedere come era la scrittura e accantonato per seguire una presentazione. Poi l'ho portato a Roma e nel frattempo ho letto altro. Ma quelle poche frasi mi erano rimaste in mente, e allora l'ho preso nuovamente in mano per vedere come finiva il capitolo e il giorno dopo mi sono ritrovata a finire il libro stesso. Non credo ci sia un modo migliore per farvi capire quanto io reputi eccezionale questo libro!.

Buone letture,
Simona Scravaglieri




1. 

Rosemary e Guy Woodhouse avevano già firmato il contratto d’affitto per un appartamento di cinque locali in un palazzone tutto bianco su First Avenue quando, da una certa signora Cortez, vennero a sapere che nel Bramford se n’era liberato uno di quattro locali. Il Bramford, un vecchio edificio nero e imponente, è un agglomerato di appartamenti coi soffitti alti, ricercatissimi per via dei camini e dei particolari vittoriani. Rosemary e Guy si erano messi in lista fin dal giorno in cui s’erano sposati, ma alla fine avevano dovuto arrendersi.
Guy le riferì la notizia premendosi il telefono contro il petto; Rosemary mandò un gemito: «Oh, noo!» e per poco non scoppiò in lacrime.
«Ormai è troppo tardi», disse Guy, parlando al telefono. «Abbiamo firmato il contratto proprio ieri». Rosemary gli afferrò un braccio. «Non potremmo disdirlo?», gli chiese. «Trovare una scusa?»
«Scusi un attimo, signora Cortez». Guy tappò di nuovo il telefono. «Che scusa?», chiese.
Lei spalancò e levò le braccia al cielo, agitata. «Non so. Possiamo dirgli la verità. Che ci è capitata l’occasione di un appartamento al Bramford».
«Tesoro», replicò Guy, «a quelli non gliene importa niente».
«Troverai una scusa, Guy. Proviamo, per piacere. Dille che faremo un tentativo, ti prego, prima che riattacchi».
«Ma abbiamo firmato un contratto, Ro! Siamo inchiodati».
«Ti prego! Quella riattacca!», piagnucolò Rosemary e, con apprensione esagerata, afferrò il telefono e cercò di spingerglielo all’altezza della bocca.
Guy rise e la lasciò fare. «Pronto, signora Cortez? Mi dicono che forse c’è la speranza di trovare una soluzione. Infatti, ancora non abbiamo firmato il contratto definitivo, avevano terminato i moduli e così abbiamo firmato soltanto un compromesso. Si può visitare l’appartamento?»
La signora Cortez diede le sue istruzioni: dovevano recarsi al Bramford tra le undici e le undici e mezzo, chiedere del signor Micklas, o di Jerome, e dire a chi dei due avessero trovato che li mandava lei, per visitare il 7E. Poi dovevano telefonarle. Lasciò il numero a Guy.
«Vedi che le idee non ti mancano?», osservò Rosemary, infilandosi le calze e un paio di scarpe gialle. «Come bugiardo sei straordinario».
Guy, che era davanti allo specchio, esclamò: «Maledizione, un foruncolo!»
«Non schiacciarlo».
«Sono soltanto quattro stanze, comunque. Niente camera per il bambino».
«Preferisco quattro stanze al Bramford a tutto un piano in quel... casermone bianco di cemento».
«Ieri l’adoravi».
«Mi piaceva. Non l’ho mai adorato. Scommetto che neppure l’architetto che l’ha fatto l’adora. Ricaveremo una zona pranzo nel soggiorno e avremo una bella camera per il bambino, se e quando verrà».
«Verrà, verrà», fece Guy. Si passò e ripassò il rasoio elettrico sul labbro superiore guardandosi allo specchio, dritto negli occhi, che erano grandi e castani. Rosemary si infilò un vestito giallo e tirò su la lampo dietro la schiena.
Vivevano in un’unica stanza, che era l’ex appartamento da scapolo di Guy. C’erano manifesti di Parigi e di Verona, un’ampia poltrona letto e un angolo cottura.
Era martedì 3 agosto.

Il signor Micklas era bassino e chiacchierone e gli mancavano un po’ di dita a tutt’e due le mani, tanto da trasformare in imbarazzo la stretta di mano; ma non per lui, a quanto pareva. «Ah, un attore», esclamò, schiacciando il pulsante dell’ascensore con il dito medio. «Siamo molto in voga tra gli attori». Ne nominò quattro che abitavano al Bramford, tutti abbastanza noti. «L’ho vista in qualche film?»
«Vediamo un po’», fece Guy. «Ho fatto l’Amleto qualche tempo fa, vero, Liz? E poi abbiamo girato Castelli di sabbia...»
«Scherza», disse Rosemary. «Era in Lutero e in Nessuno ama i perdenti. E ha lavorato molto in televisione. E ha fatto anche molte pubblicità».
«È lì che si fanno i soldi, no?», disse il signor Micklas. «Nella pubblicità».
«Già», fece Rosemary, e Guy aggiunse: «E si dà sfogo all’estro artistico». Rosemary lo supplicò con gli occhi; lui la guardò con aria innocente e, di sopra la testa di Micklas, le fece una smorfia da vampiro.
L’addetto all’ascensore –pannelli di quercia, con un lucido corrimano d’ottone tutt’intorno –era un ragazzo nero, in uniforme, con un sorriso stampato sulle labbra. «Settimo», gli disse il signor Micklas; poi, rivolto a Rosemary e a Guy: «L’appartamento ha quattro locali, due bagni e cinque armadi a muro. In origine, gli appartamenti del palazzo erano grandissimi –il più piccolo aveva nove stanze –ma ormai sono stati quasi tutti divisi in appartamenti da quattro, cinque e sei locali. Il 7E è da quattro, e in origine era la parte servizi di un appartamento da dieci. Comprende la cucina originale e il bagno padronale, che sono enormi, come vedrete. L’ex camera da letto padronale è diventata soggiorno, un’altra è rimasta camera da letto e due stanze della servitù si sono fuse nella sala da pranzo o seconda camera da letto. Avete bambini?»
«Contiamo di averne».
«Sarebbe la stanza ideale per un bambino, con il bagno e anche un armadio spazioso. Nel complesso sembra fatto su misura per una coppia giovane come voi».
L’ascensore si fermò e, sempre sorridendo, il ragazzo nero lo spinse in giù, poi in su, poi di nuovo in giù, finché fu allineato perfettamente al piano; quindi, sempre sorridendo, spinse di lato la grata interna in ottone e aprì la porta scorrevole esterna. Il signor Micklas si fece da parte e Rosemary e Guy uscirono dalla cabina per ritrovarsi in un corridoio male illuminato, con moquette e pareti verde scuro. Un operaio occupato davanti a una porta verde intagliata, contrassegnata 7B, gli lanciò un’occhiata, poi tornò a montare lo spioncino nel foro che aveva praticato.
Il signor Micklas si avviò a destra e poi a sinistra, percorrendo brevi bracci di corridoio verde scuro. Seguendolo, Rosemary e Guy notarono che in alcuni punti la carta da parati era strappata e che, a una giuntura, s’era staccata, arricciandosi all’interno; notarono una lampadina bruciata in un’applique di cristallo e una toppa più chiara nella moquette verde scuro. Guy guardò Rosemary: Moquette con le toppe? Lei guardò altrove e sorrise, radiosa: L’adoro. È tutto così delizioso!
Questo pezzo è tratto da:
Rosemary's baby
Ira Levin
Edizioni SUR, ed. 2015
Traduzione a cura di Attilio Veraldi
Collana "BIGSUR"
Prezzo 16,50€




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mercoledì 5 aprile 2017

[Dal libro che sto leggendo] L'occupazione



Oggi parliamo di un libro che mi sta piacendo molto e anche, forse, del primo libro "lungo" di Gorilla Sapiens. Questo perché Sesto, questa volta, ha puntato sul fattore sorpresa doppio: oltre a scrivere un romanzo, invece di una serie di racconti, ha scritto un Romanzo e anche lungo 300 pagine! Non riesco a capire che autore in particolare mi ricordi ma, se siete amanti delle serie, non tanto dal punto di vista di tendenza o di battute simpatiche da ripetere all'infinito per farvi quattro risate, quanto come scrutatori dei meccanismi, della sottile impronta sociologica che c'è in queste prime tre pagine del libro, io sono certa che finito dei leggere vi fionderete in libreria o in uno store online per leggerlo.

Ora, caro lettore,  se tu non seiun abituè di questa casa editrice e di Sesto devi sapere due cose, un po' come avviene anche per altre case editrici o autori. La prima è che l'arte di scrivere è un mestiere complesso e complicato, non tanto dall'azione dello scrivere di per sé, ma proprio dalla possibilità e dall'opportunità di ricreare sentimenti, emozioni e immagini attraverso una sequenza di parole e dal tono di lettura che questa sequenza istiga nel lettore stesso. Tali forme d'arte non esistono solo in virtù dio toni drammatici e di autofustigazione. Perché, perdonami, caro lettore, a far "drammaticamente" piangere, rabbrividire e dispiacere il lettore - a volte anche a farlo morire di noia- son capaci quasi tutti al giorno d'oggi. Diversa è la situazione quando si vuol far riflettere, sentire emozioni, amare e anche piangere ma con un tono diverso, a volte divertito a volte decisamente un po' nerd, ecco, qui, non sono capaci tutti, anzi sono in pochissimi.

Sesto è uno di quelli e se dopo aver riso dei suoi paradossi o delle sue osservazioni, e questa è la seconda che devi sapere, ti fermerai a guardare al libro in generale, ti accorgerai che il quadro che restituisce questo libro, racconta anche di te, della tua vita e anche di quello che dici, guardi in tv e scrivi, magari nei social. Riguarda te e anche me, riguarda un po' tutti. Non giudica ma ti permette di osservarti da un punto di vista insolito e di guardare anche al contesto che io e te viviamo, che seppur a volte grigio e avvizzito dall'abitudine che logora gli animi, è decisamente più interessante di quanto ci sembra. Ci migliorerà? Non lo so, ma sicuramente sarà una bella lettura.

Buone letture,
Simona Scravaglieri

1.

Secondo Andrea, la migliore serie televisiva americana di quell'anno era stata Roger. Roger era un prestigiatore nano di New York che aveva fondato un culto in Messico. Inizialmente si trattava di una religione per pochi derelitti analfabeti che credevano ai suoi artifici e si facevano impressionare dal suo buon senso, poi diventava un cartello della droga, di cui però facevano largo uso anche gli adepti, e quindi forse era più una cooperativa della droga che un cartello, e infine si estendeva agli Stati Uniti, sia come operazione religiosa che criminale. Roger area motivato da noia, curiosità e volontà di sfida, o magari, si poteva dire, era solo trascinato dagli eventi. Si asteneva dal sesso e conduceva una vita spartana occupata da questioni di strategia e comando. Parlando al suo cane, diceva che per lui l'unico momenti di piacere della giornata era quando la sera sul terrazzo beveva un bicchiere di porto e fumava una sigaretta, e anche in quel momento a metà sigaretta si era già scocciato. Sulle attività illecite del culto indagavano un poliziotto alto e bruno, un tipo concreto, e una giornalista bionda e idealista, che era stata sua moglie e con la quale condivideva una figlia di quindici anni, biondissima e idealistissima, per così dire, che nella seconda stagione diventava membro della setta e confidente del nano, spodestando il cane. Alla fine di questa seconda stagione Roger, insidiato da polizia, seguaci frondisti e delinquenti rivali, si era salvato all'ultimo momento così tante volte e giocandosi le ultime carte da rendere grottesca l'idea di una prosecuzione della storia. La scampava ancora, invece, convertendo alla religione una figura chiave del governo messicano, grazie all'apparizione di un gigantesco orango. A questo punto prendeva corpo l'ipotesi che Rogers fosse realmente Ek Chuaj, la divinità Maya protettrice dei commercianti e del cacao che affermava di essere, o almeno che avesse dei poteri paranormali, o delle capacità ipnotiche tali che, se non paranormali erano comunque senza simili nella realtà. Insomma la cosa sembrava virare verso la stronzata , ma poi alla terza stagione emergeva che l'alto ufficiale messicano soffriva di allucinazioni e aveva creduto di vedere oranghi dorati messianici in precedenza, quindi si era trattato solo di sfruttare con fine psicologia questa debolezza. Intanto però la palette di colori della fotografia, che inizialmnete era composta da giallo, marrone e azzurro del deserto e del cielo, con la nettezza naturale di questi colori in quell'ambiente, era mutata,  prendendo i rossi cupi e gli ori del bunker-santuario di Roger, sfumati e ondeggianti come nella visione dei suoi accoliti drogati. Comparvero oranghi in posti in cui non dovevano comparire, probabilmente erano trucchi p magie, ma potevano essere allucinazioni del nano, anche se sembravano più che altro allucinazioni degli sceneggiatori.

Questo pezzo è tratto da:

L'occupazione
Alessandro Sesto
Gorilla Sapiens Edizioni, ed 2017
Collana "Scarto"
Prezzo 17,00€ 

mercoledì 29 marzo 2017

[Dal libro che sto leggendo] La morte della farfalla. Zelda e Francis Scott Fitzgerald

Fonte: LettureSconclusionate


Ho ricominciato a leggere, uscendo dal blocco del lettore, grazie anche a Sesto e alla sua "L'occupazione", non lo nascondo. Però, mentre tornavo da BookPride, mi sono fatta sedurre e distrarre da questo libricino di Pietro Citati sui Fitzgerald e, come al mio solito, l'ho aperto solo per vedere come iniziava. Chiaramente ho anche finito per vedere come finiva. È davvero piccolo ma molto intenso e decisamente sentito.

È la biografia della sfarzosa e dannata vita di Zelda e Scott, tra libri e danza, tra amore, invidia e follia. C'è tutto, ma il punto viene messo solo dove davvero serve, proprio per rendere al massimo la caratterizzazione dei protagonisti. È un resoconto fatto di alti e bassi, proprio come la vita che hanno vissuto questi due artisti e che fa venir voglia di tornare ai loro scritti e immergersi nuovamente nella loro lettura con una consapevolezza diversa.

È piccino, lo ripeto, ma vale veramente la lettura proprio per il modo in cui Citati ha trattato il loro mondo, i loro gesti, il loro amore. E la parte più bella riguarda in modo particolare la scelta degli accenti su cui puntare l'attenzione del lettore che la rendono una biografia particolareggiata ma leggera che lascia il sapore di aver, anche se in minima parte, conosciuto sia Zelda che Scott nella loro intimità. È stata una lettura davvero interessante!
Ve ne lascio un assaggio augurandovi buone letture!
Simona Scavaglieri

I 

Quando nel 1936 Francis Scott Fitzgerald pubblicò L'incrinatura (The Crack-Up), i suoi amici-nemici, e i suoi nemici si indignarono profondissimamente. Sopratutto, s'indignò il più abietto tra loro: Ernest Hemingway, che non era ancora precipitato in un abisso molto più atroce. Quasi tutti scrissero la stessa cosa. Non era possibile parlare di sé come, a quarant'anni, aveva fatto Fitzgerald: violare fino a quel punto il comune sentimento delle decenza, rivelando al pubblico i disastri e i dolori della propria vita. Ma la letteratura non ha molto a che fare con la decenza e il decoro. Né Poe e né Baudelaire né Verlaine rispettarono le leggi della decenza. Conobbero il fuoco e il fango dell'inferno:ma lo trasformarono in oro - dice l'Epilogo delle Fleurs du mal. Senza dubbi, incertezze o timori, compirono sino alla fine il proprio dovere «come perfetti alchimisti e anime sante».
L'intera vita di Fitzgerald era stata un'incrinatura. Fin dall'infanzia, aveva incontrato una serie continua di fallimenti: mancanze, perdite, delusioni amorose, rinunce, abbandoni, insuccessi, umiliazioni ferite sanguinosissime; o almeno presentimenti di perdite e di ferite. Sebbene a noi questi fallimenti talvolta sembrino minimi, per lui erano egualmente irrimediabili e senza speranza. Era stato cacciato via, lasciato ai margini, escluso «dal grande, risplendente flusso della vita». Da bambino, aveva sognato di non essere figlio di suo padre, ma un orfano di sangue reale: da ragazzo era stato detestato dai suoi compagni, divenendo una specie  di capro espiatorio: all'università, non era mai riuscito a conquistare un ruolo di primo piano nei club studenteschi: non era partito per la guerra, morendo come un eroe; e persino  quando aveva sposato Zelda, diventando uno scrittore di grande successo, vide nel trionfo l'ombra delle future catastrofi. Per tutta la vita, immaginò sempre di essere soltanto un piccolo grigio personaggio dell'Éducation sentimentale di Flaubert, il libro più amato di Kafka.
Tutto era perduto. Fitzgerald era sempre colpevole delle cose che, senza colpa, aveva mancato, e delle luci che si spostavano da un luogo all'altro del mondo. «Non puoi  avere niente, non puoi avere assolutamente niente» diceva Anthony Patch in belli e dannati. «È come un raggio di sole che guizza  qua e là in una stanza. Si ferma e indora qualche oggetto insignificante, e noi poveri idioti cerchiamo di afferrarlo - ma quando lo afferriamo, il raggio di sole si sposta sopra qualcos'altro: e t hai la parte irrilevante, ma il luccichio che te l'ha fatta desiderare se n'è andato... ». Niente è più doloroso di questo raggio che si sposta, e delle ferite che ci procuriamo inseguendolo. Chi scrive poesie e racconti cerca luci che si spostano, gli sfavillii, i riflessi: mentre ascolta con attenzione sempre maggiore un suono sullo sfondo, la grande o minima musica tragica delle cose perdute. Se la coltiviamo intensamente, la letteratura ci da questo privilegio: «Le cose perdute diventano sempre più dolci». Via via che smarriamo, manchiamo, rinunciamo, siamo sconfitti, troviamo intorno a noi, come un regalo o un tesoro che appartiene soltanto a noi, una dolcezza sempre più profonda che invade le nostre anime. 

Questo pezzo è tratto da:

La morte della farfalla
Zelda e Francis Scott Fitzgerald
Pietro Citati
Adelphi Edizioni, ed. 2016
Collana "Gli Adelphi"
Prezzo 10,00€

lunedì 27 marzo 2017

Le letture della centuriona: L'amore addosso

Buongiorno! Sono ancora un po' rincretinita dal sonno post Bookpride ma pronta a recuperare il silenzio della scorsa settimana. Cominciamo con il chiudere il mese con la segnalazione di Natascia Mameli, la mia, anzi la nostra libraia preferita che, a Marzo, Ha letto l'ultimo libro di Sara Rattaro. Lascio a lei la parola e a voi dico che, qualora siate a Genova, in fondo alla recensione potete trovare l'indirizzo per andare a trovare Natascia.
Buon inizio settimana!
Simona Scravaglieri


Fonte: Sperling&Kupfer



IL LIBRO DI MARZO 2017


Dopo lo svarione di febbraio, tiriamoci su (si fa per dire) con il nuovo libro di Sara Rattaro. Se non la conoscete e vi piacciono i libri molto sentimentali (e non parlo solo di amore, ovviamente) e un po' strappa-lacrime, dovete assolutamente recuperare tutti i suoi precedenti. Da 'Sulla sedia sbagliata' a 'Splendi più che puoi' (il mio preferito) la Rattaro ha collezionato un successo di pubblico dietro l'altro. E lo dico soprattutto perché parlo del 'mio' pubblico, cioè i miei amici e i miei clienti. Persone tra le quali si nascondono (si fa sempre per dire) i più grandi fan di Sara. E ovviamente non solo tra i miei contatti si è palesato un certo amore crescente nei suoi confronti. Del resto, quando uno scrive bene e sa parlare delicatamente, ma anche in maniera molto diretta, di sentimenti (soprattutto quei sentimenti che ciascuno di noi prova, quelli più fastidiosi, quelli che vorremmo tenere nascosti in un angolino del nostro cuore; che sono poi quelli che ci fanno fare le scelte più difficili della nostra vita: quelle giuste e quelle sbagliate) non è difficile che trovi la via del cuore dei lettori. 
Ci tengo a sottolineare, data la mia conoscenza diretta e il mio apprezzamento personale nei confronti della scrittrice (che, ovviamente, non mi farà essere totalmente lucida nelle mie valutazioni, ma, diciamocelo, ogni recensionista ha le sue debolezze), che la sua fama è più che guadagnata, non solo per le capacità artistiche ma anche per l'instancabile dedizione al lavoro 'pratico' dello scrittore che comprende girare su e giù per l'Italia per fare mille presentazioni.


Titolo: L'amore addosso
Autrice: Sara Rattaro
Casa Editrice: Sperling & Kupfer
(noto a questo punto che questo è probabilmente il primo libro italiano che recensisco)

Ecco un libro che, a prima vista ti fa pensare 'uff, il solito libro che parla di corna, che fantasia!' ma che poi, grazie al suo stile e alla sensibilità dell'autrice, ti fa cambiare idea, pagina dopo pagina.
Innanzitutto, il personaggio voce narrante (principale) del libro, Giulia, al contrario dell'affetto che mi aveva suscitato Emma (la protagonista del precedente libro dell'autrice) mi ha infastidita non poco. Perché una donna adulta, che decide, coscientemente, di tradire il marito, si ritrova a nascondere le proprie 'colpevolezze' (scritto tra virgolette di proposito, se ne potrebbe parlare...) dietro il proverbiale dito? Perché, in una situazione che è quella più raccontata dalla letteratura e dalla cinematografia, ogni donna (ma Giulia, a mio avviso, in particolar modo) si sente una vittima degli eventi piuttosto che artefice del proprio destino? Ovviamente, parlo del tradimento e non degli eventi che la conducono in ospedale a dover, contemporaneamente, badare al marito e cercare di scoprire le condizioni dell'amante.
Chi sono questo marito e questo amante? La Rattaro sceglie di farli parlare pochissimo ma quando parlano fanno la differenza. Alla fine, ma è un giudizio del tutto personale, quello che si fa amare di più dal lettore è il marito, nonostante, all'inizio, fosse quello di cui mi interessava di meno (chissà perché, se una donna che ''conosciamo'' tradisce il marito siamo portate a pensare che il marito, in qualche modo, se lo meriti, sia poco interessante? o succede solo a me?)
L'amante quasi mi sta antipatico, anzi, senza il quasi. Questo artistoide tanto preso dalla propria creatività da sentirsi un tantino superiore a chiunque altro, da non rispettare le regole di buona creanza tra amanti, che ci fa pure lo sgarro di passare tre quarti del libro in maniera del tutto passiva. Per fortuna l'autrice gli fa fare la fine che merita.
Però Giulia non è solo moglie e amante; è anche figlia (e non solo), e sua madre, in questa storia, riveste un ruolo ben più importante di quello che può apparire a uno sguardo disattento. La mania di controllare la vita di tutti, soprattutto quella delle figlie, l'ossessione per le apparenze e le preoccupazioni di 'cosa direbbero di te se si sapesse...' possono essere di buon grado imputate d'essere l'origine della maggior parte delle paure di Giulia (non che questo, ai miei occhi, l'assolva in alcun modo dal vivere una vita del tutto passiva). Anche il suo personaggio suscita abbastanza antipatia, anzi, forse nel suo caso, è più un fastidio odioso.
Chi manca? Silvia. Chi è Silvia? Spiegarlo sarebbe difficile, ci si dovrebbe soffermare su un paio di punti che però, come dire, rivelerebbero troppo.
Alla fine Emanuele ci spiegherà tutto, perché non è tutto così facile, e questa, come vi dicevo, non è affatto solo l'ennesima storia di tradimenti.
"L'amore addosso" per me è soprattutto una storia che ci può insegnare come i segreti, anche quelli piccoli, anche quelli che sembrano poco importanti, influiscano sulla nostra vita in maniera inaspettata. E di come quelli grandi, molto spesso, rischino di distruggercela del tutto. Senza che ce ne accorgiamo, inconsciamente, essi scavano nella nostra volontà, nel nostro modo di vedere le cose, e ci creano tunnel attraverso i quali è difficile procedere e vederne una via di uscita.
Nell'aver cercato di non essere troppo di parte, spero di non aver fatto il torto di non aver sufficientemente messo in risalto le parti più belle del libro.
Tra cui, quelle in cui è la voce dell'autrice stessa a parlarci, direttamente. A farci soffermare un attimo, in mezzo alla bufera di emozioni che ci suscitano sempre le sue storie, per riflettere su quanto ogni pensiero, ogni sentimento sia prezioso.

Una domanda all'autrice (chissà se ci risponderà): 
La figura della madre di Giulia è ispirata a qualcuno che conosci, vero?
Io penso di sì.

E un suggerimento, anche se penso non sia nello stile di Sara  creare 'sequel': un bel "l'amore addosso 2" che ci racconti tutta la storia, dall'inizio, dal punto di vista di Emanuele e magari anche il seguito con il piccolo tesoro riscoperto?
A me piacerebbe tanto leggerlo.

Cosa dite, mi vengono meglio le recensioni su libri italiani o su quelli stranieri?
Mah!
Fatemi sapere cosa ne pensate
Natascia Mameli


CORSO DE STEFANIS 55 R
16139
GENOVA
tel 010815182
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