mercoledì 18 ottobre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Non disturbare

Claudio Marinaccio
dal profilo FaceBook dell'autore


E ripartiamo questa settimana dall'ultima recensione della scorsa, sbirciando nel libro di Claudio Marinaccio "Non disturbare". Il bello di questo libro è che, non essendo un romanzo, ma una raccolta di dialoghi e racconti si può leggere anche un po' per volta mentre il problema è che, come inizi a leggerlo, è talmente divertente che non lo metti più giù fino all'ultima pagina. Come detto è un modo diverso con il quale guardare a tutto ciò che ci da fastidio abitualmente: i call center, i venditori porta a porta, i testimoni di Geova, i tuttologi e chi più ne metta. Possiamo scegliere di subirli o seguire l'esempio di Claudio che, a quanto pare, coglie l'opportunità per ridicolizzare, con lo stile e il semplice buon uso dell'italiano, tecniche di marketing che sono diventate obsolete e controproducenti e che però in Italia vengono ancora utilizzate largamente nella speranza che il malcapitato abbocchi.

Si legge bene questo libro, in parte perché, Marinaccio, ha dalla sua l'esercizio continuo nello scrivere pezzi per riviste online e cartacee -e quindi ha quella naturale propensione dei giornalisti a individuare e perseguire il punto di quello che si racconta in poco spazio- e per il resto perché riesce a tenere un ritmo incalzante, a sottolineare lo scambio di battute, e a rallentarlo ove occorre, per evidenziare immagini particolari.
Come titolava il libro di Sini premiato allo strega qualche anno fa "Resistere non serve a nulla", a buon intenditore poche parole!

Buone letture!
Simona Scravaglieri



7. 

-Che bello! Oggi è il PPP day!-PPP day?-Il giorno di Pier Paolo Pasolini.-Ti piace Pasolini?-Sì, da morire. Cito sempre le sue frasi.-Che cosa hai letto di suo?-Be' qualche frase e qualche poesia...-Quale?-Non ricordo il titolo.-E poi?-Be', ho letto tanto sulla sua vita.-Cosa sai della sua vita?-Che era comunista e gay e anche che gli piaceva giocare a calcio.-Almeno qualche suo film l'hai visto?-Sì sì, quello che si mangiano la merda.-Intendi Salò o le 120 giornate di Sodoma?-Esatto! Anche se non l'ho visto tutto perché era un po' forte.-Mi fai un favore?-Certo, dimmi!-Fai il pieno alla tua macchina, poi guida fino a che non finisce la benzina in direzione Friuli. A quel punto scendi dall'auto e corri finché non hai più energie verso il comune di Casarsa.-E poi?-Poi entri dentro il cimitero e vai a chiedere perdono direttamente a Pasolini. Sulla sua tomba.-Ma...-E non è finita, uscito da lì corri verso la prima libreria e compri un suo libro e te lo leggi per intero.-Ma io...-Tu fottiti. Punto!

Questo pezzo è tratto da:


Non disturbare
Claudio Marinaccio
Miraggi Edizioni, Ed. 2017
Collana "Golem"
Prezzo 12,00€

venerdì 13 ottobre 2017

"Non Disturbare", Claudio Marinaccio - Due risate d'autore...

Fonte: Pinterest


In queste ultime settimane vi ho parlato un po' di tutto: gialli, romanzi, thriller, saggi sulla vita di grandi personaggi e via dicendo. Ieri mi domandavo cosa mancasse e poi mi è venuto in mente che io, ultimamente, ho letto anche alcuni libri divertenti. L'aspetto bello di leggere un libro divertente è non solo che ridi dall'inizio alla fine ma che anche, se ben scritto, rimani con quella bella sensazione di aver avuto e di essertela pure goduta. Questa è la storia di un autore capellone e figo, che gira in moto e che si inginocchia solo davanti ad un re, suo figlio. E' la storia di casa Marinaccio dove arrivano telefonate dei call center che ti vogliono vendere la qualunque e di un citofono gettonatissimo da venditori di robe varie e compratori di anime per la propria congrega. E' la storia di come affrontare diversamente la pesantezza della vita moderna anche se guardandola questa vita, a volte, pare di scorgere anche il passato da cui viene. Questa è la storia che raccoglie post pubblicati per divertimento che poi sono diventati un libro spassosissimo che fa piacere anche rileggere.

Cosa c'è in questo libro insomma? Non una storia unica ma una serie di dialoghi surreali intervallati da dei piccoli racconti che sono dei castoni estremamente affascinati. Immaginate che in una casa vi siano due coniugi, nell'altra stanza sentite il loro figlio mentre mugugna concentrato sul gioco che sta facendo. Squilla il telefono di casa e lei sospira quando vede il marito partire di gran carriera per andare a rispondere. Lui alza la cornetta e si pregusta tutti i possibili modi per poter ingarbugliare la precisa scaletta che ogni operatore deve per forza seguire per poter costringere il malcapitato ad acquistare quello che sta vendendo. Ecco, questo è quello che immagino avvenga giornalmente in casa Marinaccio. Il resto come i dialoghi, la perplessità del povero operatore incappato in questa situazione surreale o il testimone di Geova che ha citofonato al campanello -che si sa essere l'antro della prova più ardua della sua vita-, è tutto scritto da Claudio e, sebbene sia fatto di botta e risposta velocissimi e che non danno scampo, il tutto è davvero divertente.

Ecco se non siete pronti ad accettare che si possa comprare un buon libro possa anche suscitare ilarità avete un concetto ben strano della letteratura. Se c'è una cosa che ricordo come la prima volta che l'ho letto, è le risate che mi sono fatta quando leggevo dell'annosa lotta per smettere di fumare ne "La coscienza di Zeno" e come mi sono stupita che un "classico" potesse esser così divertente, non tutto d'accordo, ma quel pezzo era davvero spettacolare. E Claudio ce lo dimostra con quelle piccole ma sentite piccole foto di situazioni, che ci racconta a puntino, in piccoli capitoli che intervallano i dialoghi. Non è solo un interrompere il ritmo dell'ironia, ma è un vero e proprio momento di relax fra lettore e scrittore  a dimostrazione che la realtà ci riserva più di quel che ti aspetti e che suscita emozioni solo se la si sa raccontare senza orpelli di sorta. Così la coppia anziana che mangia al ristornate, il saccente del bar e via dicendo, tradiscono il senso del mondo che passa e ci permettono di guardare in faccia un'altra epoca e un altro modo di pensare. Non è che non si evolva, ma solo che, ad una certa età, non si è più flessibili come una volta - sia fisicamente che intellettualmente - e certe volte l'adattamento richiede più volontà e tempo del previsto.

A questo fa da contraltare la considerazione che il marketing stia impoverendo il mondo della vendita e l'uomo in generale. La normalizzazione dell'uomo e l'incasellamento in tipologie di utenza fanno sì che l'operatore non possa inizialmente e non voglia successivamente andare oltre la strada che gli viene imposta. Diventa difficile capire che chi stai chiamando è una persona e che devi interagire con lei per arrivare al nocciolo duro e poter vendere. Così quando l'operatore che immagina e rappresenta nitidamente Marinaccio arriva a chiamare proprio lui la contrapposizione fra marketing e uomo diventa come quella fra ordine limitante e caos creativo. Inutile che vi dica chi vince. Dei dialoghi qui riportati solo alcuni sono usciti su FaceBook e hanno avuto un gran successo e io non nascondo che, contrariamente alla mie abitudini, ogni tanto vado sulla bacheca di Claudio a vedere se ne ha pubblicato un altro.
La scrittura è fresca, ritmata e divertente. Non è eccessiva, l'alternaza fra dialoghi ironici e i piccoli castoni è ben dosata. Ben scritto, nessuna parola più del necessario serve né per la battuta e tanto meno per i momenti un po' più seri. Nella speranza di non ritrovarmelo davanti a qualche cantiere, ne sarebbe capace, a commentare con i nonnetti lo stato dei lavori, io vi consiglio di darci uno sguardo a questo libro, di certo non lo rimetterete giù. Ricordate che una risata non ha mai fatto male a nessuno.

Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Non disturbare
Claudio Marinaccio
Miraggi Edizioni, Ed. 2017
Collana "Golem"
Prezzo 12,00€



giovedì 12 ottobre 2017

"Lizzie", Shirley Jackson - Il tradimento de "La lotteria"...

Eleanor Parker in "Lizzie"
Fonte: Eleanor Parker Blog

E mi piange davvero il cuore a scrivere questa recensione probabilmente perchè, a mia memoria, mai un libro Adelphi mi aveva lasciata più sconcertata e in più perché io, su Shirley Jackson, riponevo un sacco di speranze dopo aver letto "La lotteria" una piccola, ma davvero stupenda, raccolta di racconti. Il problema del libro di oggi è quello che sembra che l'idea geniale sia sfumata ancora prima di arrivare a metà libro. La storia, che avrebbe potuto percorrere strani e tortuosi anfratti della psiche umana contando sulla malattia di un unico personaggio, si sgretola pian piano perdendo tutto il suo smalto risolvendosi in un, per nulla atteso, finale che suona un po' farlocco. Non c'è soddisfazione nell'aver percorso tutto questo viaggio con la nostra Elisabeth e le sue altre proiezioni, perché nessuno dei possibili inferni  paradisi prospettati si rivela un'evoluzione della giovane ma si fa solo notare per poi sfumare in attesa del successivo. 

Elisabeth è la protagonista di questa storia che sembra essere stata scritta immaginandola come tradotta per essere messa in scena. Con lei un medico, riconosciuto psichiatra di valore, e la zia di lei, altera e bisbetica ed egocentrica zitella, sorella della madre di Lizzie. Immaginate un sipario che si apre su una scena di un ufficio di un museo e una giovane ragazza vestita, almeno nel mio personale immaginario, come le sue coetanee degli anni '40. Appoggia la borsetta sul tavolo, si siede alla scrivania e sbircia il tavolo che ha lasciato prima di uscire a pranzo. C'è un foglio con qualcosa scritto sopra, con la mano lo prende per leggerlo con più comodità nel mentre si siede. E' una serie di minacce e, la nostra, non mostra alcun segno di paura ma si domanda chi sia stato a lasciarla lì incompiuta. La riguarda, piega il foglio e lo infila in borsetta; lo porterà a casa e lo chiuderà nella cappelliera dove custodisce, da occhi indiscreti, tutto ciò che ritiene personale e privato. Elisabeth non parla, è schiva e riservatissima, talmente tanto che in ufficio nemmeno notano se ci sia oppure no. Ha perso la madre da giovane e erediterà i soldi lasciati dal padre solo alla sua maggiore età, vive con la zia che ha il compito di amministrare con estrema parsimonia e profitto il suo lascito. Poi un giorno scatta una parola fuori posto, dopo qualche tempo un'intera serata di ingiurie, di cui Elisabeth non ricorda assolutamente nulla. Tutti questi fatti strani per una giovane così educata  convincono la zia che, la nipote, si debba far vedere da un medico visto che oltretutto lamenta dolori vari. E' così che Elisabeth conoscerà il suo psichiatra e che, il dottor Wright, conoscerà tutte le sfaccettature della giovane.

E' in pratica un'evoluzione de "Lo strano caso del Dottor Jekyll e Mr Hyde" questa storia, lì c'era una trasformazione dello stesso protagonista grazie ad una pozione e qui avviene grazie alle sedute ipnotiche. Solo che non sono solo tre Elisabeth quelle che si presentano a Wright ma quattro. Hanno tutte un elemento distintivo: la schiva, la dolce, la birichina e la sboccata. Ecco, per quanto mi riguarda il "thriller" si ferma qui, quando le quattro capiscono che una deve surclassare le altre per continuare ad esistere e il "nero" si era già fermato alla prima descrizione dell'austera carta da parati della casa della zia di Lizzie. Quando finalmente tutte le personalità si manifestano, il tutto diventa più confuso perché le varie voci non sono così riconoscibili e quindi in più punti tocca rivedere tutto il dialogo che si sta leggendo per capire chi sta parlando. In più, mano a mano che la storia va avanti rallenta il ritmo fino a diventare quasi statica in alcuni momenti descrittivi che nulla aggiungono, anzi ammazzano, l'attenzione del lettore. E' in quei momenti che, conoscendo altro dell'autrice, sembra quasi che si sia persa anche lei. Le situazioni stagnano e non vanno avanti e persino una fuga si risolve in un nulla di fatto. Non coglie alcuna occasione di quelle che si creano e quindi la tensione andando avanti scema e diventa difficile proseguire con la lettura.

Ed è un peccato perché l'idea di partenza era davvero accattivante e anche i personaggi sembravano adatti a quello che doveva essere un thriller in continuo crescendo che, nella realtà invece, si risolve in poche azioni e in lunghe descrizioni che non portano ad ulteriori sviluppi. Potremmo dire che questa incostanza nel ritmo è una metafora degli stadi di cura? No, affatto, persino lo psichiatra ad un certo punto perde di credibilità, l'unica che rimane perfettamente nitida e coerente è la zia, sebbene ogni tanto le si metta in bocca discorsi senza senso perché non sono premonizioni di cose che in realtà avverranno. 
Nulla è rimasto della raccolta di racconti che avevo letto tempo fa, non c'è genialità, creatività o capacità di far sentire il gelo dell'ansia anche in una giornata di sole. La penna della Jackson invece diventa noiosa e tortuosa, quasi persa in un mare di strade che non vuole percorrere e decide di rimanere ai margini annichilendo ogni possibilità di rendere tangibili le emozioni dei suoi personaggi.
E' per questo che rimane persistente questa sensazione che sia stato scritto non per leggerlo ma solo per metterlo in scena.

E' un peccato dire che non mi è piaciuto, ma purtroppo è successo. Non è un thriller, non ha nemmeno un'anima nera, ha solo una pesantezza di narrazione e di descrizioni evidentemente non generata come effetto voluto ma che sembra sinonimo di una storia sfumata già prima di finire di scriverla. Così le profondità delle situazioni si annullano diventando immagini bidimensionali e statiche, la storia perde di coerenza e il finale sembra un po' farlocco. Leggerò altro della Jackson, ma questo non entrerà fra i suoi lavori, a mio avviso, fra i più riusciti. Peccato, sarà per la prossima volta.  

Buone letture,
Simona Scravaglieri

Lizzie
Shirley Jackson
Adelphi, Ed.  2014
Traduzione a cura di L. Noulian
Collana "Fabula"
Prezzo 20,00€


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mercoledì 4 ottobre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Le sorelle misericordia

Marco Ciriello
Fonte: L'indice dei libri

De "Le sorelle misericordia" ve ne ho parlato venerdì e, a parte la mia necessità di rimettere in pari, quello che ho letto con le recensioni e finalmente destinare il recensito alla libreria o all'oblio di un mercatino, ho scelto volutamente di far uscire l'estratto proprio dopo la recensione. Chiaramente questo non è un libro a oblio, ma da tenere in bella vista in libreria, perché ha talmente tanti aspetti diversi da guardare ed è così veloce e scorrevole da leggere che è quasi un obbligo rileggerlo ogni tanto per vedere "che effetto fa". Sarete d'accordo con la sorella religiosa o con quella atea? Oppure sceglierete di comprendere la posizioni di chi sa già che morirà oppure sceglierete di schierarvi con chi lotta fino all'ultimo? Poi c'è la "divina provvidenza" un po' manzoniana, quella che agisce per smontare ciò che è certo, dando un taglio netto a tutti i fili della storia, che crea effetti decisamente contrastanti, lasciando lettori e protagonisti in sospeso con il fiato.

Fa un po' eretico per me pronunciare Manzoni in una recensione o introduzione ad un romanzo campano. Perché con il tempo, e i libri, ho imparato a leggere e apprezzare la narrativa e la saggistica campana e ne ho scoperto le profonde radici che arrivano ad attaccarsi a secoli di folklore e cultura antecedenti e che sono capaci ancora oggi di stupire i lettori. E sono sempre stata convinta che la letteratura lombarda, che tanto ha dato a quella italiana, abbia surclassato, non sempre a ragione, quella campana in favore della facilità della leggibilità dei testi. Invece è proprio dalla narrativa contemporanea campana viene un'immensa quantità di proposte che rientrano nei generi più letti o che li mischiano ma che creano un ventaglio di storie, racconti e saggi che nulla hanno da invidiare alla proposta contemporanea di altre regioni. Anzi, molto spesso la qualità è così elevata da essere un delitto ignorare questi libri. 

Questo è uno dei casi in cui un racconto lungo diventa come un tomo di quelli in voga oggi, dimostrando che l'immensità delle sfumature umane nelle relazioni con se stessi e con gli altri non necessitano di fronzoli, ma di verità. E per la verità, se lo sai fare, non servono poi tante parole. Bellissimo libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 

Uno 

La donna che stiamo osservando mentre scopre l'irreversibilità della sua vita per diversi anni è stata il tennis italiano, quarta nella classifica WTA, con un titolo del Grande Slam vinto. Laura Cammarata aveva talento, stile e intelligenza tennistica. Poi c'ha rinunciato, per un balzo d'amore, e religiosità. Non l'ha detto a nessuno, e qui per la prima volta diremo - lasciando comunque all'oscuro gli altri protagonisti di questa storia -, ma quando era uscita inspiegabilmente dalla Road Laver Arena e di fatto dall'Australian Open, interrompendo il match contro Serena Williams che stava vincendo, lo aveva fatto per l'improvvisa apparizione della madre di Cristo, sì, aveva visto la Madonna, dietro la sua avversaria. A lei era sembrato segno evidente, che la invitava a smettere e a cercare una strada diversa. Nemmeno per un attimo aveva provato a pensare che forse quella visione era figlia dell'eccesso di sforzo o concentrazione, che forse era solo un retaggio della sua pur rispettabile ed enorme religiosità. Aveva chiuso e riaperto gli occhi, due volte, guardato meglio e rimesso la pallina in tasca, alzato un braccio, chiamato l'arbitro, si era avvicinata alla rete con più determinazione di Jhon McEnroe, chiesto scusa alla sua avversaria, e via di seguito a tutti quelli che provavano a fermarla, ripetendo sempre le stesse due parole: Non posso, Non posso, Non posso; e poi aveva infilato il tunnel che portava agli spogliatoi fra lo sconcerto generale, recitando averpatergloria a bassa voce. E quando si era voltata, nel casino del campo, la Madonna non c'era più. C'era il suo allenatore che sembrava Tony Soprano quando scopre che uno dei suoi è una spia dei federali. In quasi tutte le tivù del mondo i telecronisti si interrogavano tirando in ballo tensione e depressioni, anche notizie di gossip sulla castità della Cammarata e sulle sue preghiere prima delle gare, roba che Kakà appariva un chierichetto in confronto, frase scritta un mucchio di volte. Lei invece, c'aveva giocato con la pubblicità che la ritraeva come «Angelo dei nostri tempi». Altri giorni.

Questo pezzo è tratto da: 

Le sorelle misericordia
Marco Ciriello
Edizioni Spartaco, Ed. 2017
Collana "Dissensi"
Prezzo 8,00€   

venerdì 29 settembre 2017

"Le sorelle misericordia", Marco Ciriello - Si ferma prima...

"Meditation and Mystery"
JERRY UELSMANN
Fonte:Peter Fetterman Gallery


Il libro di oggi è una storia che "si ferma prima". Prima di cosa Simò? Si ferma un pelo prima della fine naturale. Il lavoro di oggi si costruisce con la stessa materia impalpabile e inspiegabile che costituisce la vita: non c'è istruzione per l'uso e nemmeno un'indicazione di quale strada seguire o che di che pericoli arriveranno. Ciriello racconta quasi in presa diretta un momento particolare in cui un paio di vite, che fino a quel momento erano lontane anni luce fisicamente e spiritualmente, si riuniscono, per un certo verso, solo fisicamente. Sono due sorelle che torneranno a vivere insieme; completamente diverse l'una dall'altra si ritrovano in un spazio compresso a dichiararsi amore e guerra, come succede sempre fra due persone che si vogliono bene, perché si conoscevano e perché parenti e quindi è quasi un'affezione dovuta. E' un gioco delle le parti fra due anime che, dopo aver vissuto così a lungo lontane, devono imparare nuovamente a conoscersi e a capirsi, nonché amarsi, non più per convenzione ma per reciproca comprensione.

Sono diversissime, fisicamente e caratterialmente: una bionda e l'altra mora. La prima bella, alta, solare, sportiva e vincente, sceglie di lasciare tutto un giorno, durante una partita: visualizza in un attimo che, quello che sta facendo, non è più quello che vuole per sé stessa. L'altra mora, studiosa e schiva, non così d'impatto come la sorella; ha dovuto costruire, mattone per mattone, quello che è, oggi, il mondo in cui vive da adulta. Eppure, l'immagine che restituiscono, nel confronto una davanti all'altra, è completamente diversa. E poi c'è la malattia che è la scusa e anche il motivo per cui, la casa romana le vede riunirsi, diventa il palcoscenico su cui osservare le schermaglie e le emozioni che regolano le umane relazioni.

La strategia vincente di Ciriello, nel realizzare un lavoro che non rientra nei canoni classici, che è un po' più di un racconto e un po' meno di un romanzo è data dal fatto che prenda, dalle due tipologie, le caratteristiche migliori. Ogni momento, ogni parola, ogni immagine non è un unico ma un insieme come se appartenesse ad un romanzo. E' una storia grande, ingombrante perché gronda di molteplici significati e significanti. Così non esiste solo il confronto fra le due donne, ma quello fra sorelle nella vita e alla ricerca dell'attenzione della madre. C'è anche il pensiero che l'altra abbia avuto quello che invece si voleva per sé stessi. C'è la solitudine del sapere come si è che si acuisce nel momento in cui la tua immagine privata è diversa da quella percepita dagli altri e la profonda frustrazione del non riuscire a spiegarsi con gli altri. C'è l'egoismo di un affetto familiare e il dolore di una perdita, dell'altro e personale, e c'è anche l'accettazione dell'inevitabile. Tutto questo? Ebbene sì e, ironia della sorte, tutto questo non richiede pompose descrizioni, tristi e abbrutite sensazioni da "prossimo al dirupo". Non c'è buio qui, c'è sempre luce. Come avverrebbe per un romanzo, non c'è spazio all'autocompiacimento è necessario non perdere il filo per non distogliere l'attenzione da quel limite naturale della storia, che alla fine "non sarà" anche se arriva.

Ed è questa la cosa che io ho più apprezzato di questo autore: questa storia è viva perché si svolge come si svolgerebbe quella di ognuno di noi. Non ci sono scatti, se non quelli che occorrono nelle questioni di tutti i giorni, la vita qui raccontata è in balia del fato, oggi ci sei, domani anche oppure no. Il problema non diventa più, come succede in molti libri, "cosa sarà dopo di me" ma è cruldemente e semplicemente "cosa rimane di me". Il distacco dalla vita diventa terribile quando pensi di essere dimenticato, ma, quando la morte pensi che sia lontana, la domanda che affiora quando diventi adulto è completamente diversa: riguarda quello che non vedrai, che non sarai, che non proverai. Poi un giorno le tue priorità cambiano, per un qualsiasi motivo e vieni presa da una improvvisa mancanza d'aria. Tutto quello che ti circonda ti è estraneo, tutti coloro che tendono una mano sono fuori luogo, fuori tempo, sconosciuti e lontani. Avviene quando scopri che stai percorrendo una strada che non ti appartiene più e succede altrettanto quando ti comunicano che qualcosa come una malattia ti impedirà di arrivare al prossimo incrocio o a quello successivo. Non c'è deroga, non c'è alternativa: devi adattarti nonostante il mondo vada con un'altra velocità e voglia mantenere lo status quo.

Non vi racconterò altro di questo libro magistralmente scritto, perché non serve. Alla prima riga avevo già detto abbastanza. Come nella vita qui non c'è la speranza che qualcuno possa cambiare il finale ma c'è, comunque, una rassicurante certezza: nessuno può farci nulla, è tutto scritto o lasciato al caso per i più fatalisti. L'ombra che lasci quando non ci sei più non sarà eterna, ma l'intensità delle emozioni che trasmette parla di te ma tu non ci sarai a sentirla e a viverla. Quell'accettazione che alla vista delle emozioni egoistiche di chi non ti vuol perdere è la forma più grande di ribellione che ti permette di vivere intensamente nella tua ombra prima che sia troppo tardi o, almeno, nella speranza di riuscirci. Un concetto profondamente antitetico al sentire del cuore, eppure perfettamente comprensibile.
Ottanta pagine di bellezza senza fine. Leggetelo e basta.

Buone letture,
Simona Scravaglieri


Le sorelle misericordia
Marco Ciriello
Edizioni Spartaco, ed. 2017
Collana "Dissensi"
Prezzo 8,00€



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mercoledì 27 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] La bambola di Kokoschka


Alfonso Cruz
Fonte: Wook

Ve ne ho parlato venerdì di " La bambola di Kokoschka" e oggi, giusto per battere il ferro finché è caldo, vi faccio sbirciare il primo capitolo. E' un puzzle di vite e di vicende che va sbrogliato leggendo il libro dall'inizio alla fine, un po' come l'ha concepito l'autore. A Roma a Dicembre, in una intervista rilasciata ai blogger, a domanda diretta, ha spiegato di aver costruito le storie quasi simultaneamente e che queste alla fine si sono riunite naturalmente. E, in effetti, ci sta; il racconto ricostruisce la scena finale passo dopo passo creando nel lettore l'effetto di aggirare il tempo e lo spazio mentre, quando lo guardi alla fine, tutto insieme, il tempo non è stato modificato o artefatto. La storia ha seguito passo dopo passo il tempo che scorreva, ma la realtà del lettore sembra rimanere ferma mentre i fotogrammi di queste vite gli scorrono davanti.

Questo permette all'autore di tessere i fili di tutte le vite dei personaggi incastrandoli in una tela ramificata e perfetta che alla fine ti ammalia. È un lavoro complesso ma davvero affascinante che, difficilmente, non vi lascerà incantati. 
Con il capitolo dell'estratto di oggi siamo a Dresda, sotto assedio. C'è un negozio di uccelli, il cui proprietario è Bonifaz Vogel. Non è che lui volesse proprio il negozio, ma i suoi parenti sono tutti morti e quindi il negozio è rimasto a lui che, tutte le mattine, si alza, si lava e si veste e va in negozio. Entra, fa le pulizie e si siede sulla sedia di paglia ascoltando i trilli dei canarini. Poi un giorno, il pavimento parla, poi comparirà un ragazzo e poi anche una donna. Ci sarà un'altra città, che verrà dopo una notte di tantissime bombe e poi tanto altro.

In fondo all'estratto ci sono i riferimenti di questo libro.
Buone letture,
Simona Scravaglieri

La voce che proviene dalla terra 

All'età di quarantadue anni, o più precisamente due giorni dopo il suo compleanno, Bonifaz Vogel cominciò a sentire una voce. All'inizio pensò che fossero i topi. Poi, pensò di chiamare qualcuno per liberarsi dai tarli. Qualcosa glielo impedì. Forse il modo in cui la voce glielo aveva ordinato, con l'autorevolezza delle voci che ci abitano più profondamente. Sapeva che tutto ciò che succedeva nella sua testa, ma aveva la strana sensazione che le parole venissero su dal parquet e passassero attraverso di suoi piedi. Provenivano dalle profondità della terra e riempivano il locale che ospitava il negozio di uccelli. Bonifaz Vogel indossava sempre i sandali, anche d'inverno. Sentiva le parole intrufolarsi tra le unghie ingiallite, tra le dita che si contraevano, e si sforzava di ascoltare frasi intere che sbattevano contro le piante dei suoi piedi, si arrampicavano sulle sue gambe bianche e ossute e rimanevano prigioniere nella sua testa grazie al cappello. Provò più volte a toglierselo, per qualche secondo, ma si sentiva nudo.
I capelli di Bonifaz Vogel, molto soffici, erano sempre pettinati, bianchissimi, e sormontati da un cappello di feltro (che alternava, d'estate, con un altro cappello più leggero).
Passava le sue giornate seduto su una sedia in paglia di Vienna che uno zio gli aveva portato dall'Italia.
Ci si era seduto il duce, gli aveva detto suo zio.
Il giorno in cui ricevette la sedia come regalo di compleanno, Bonifaz Vogel la provò e gli piacque. La trovò confortevole, era un bel pezzo d'arredamento, con delle gambe robuste. La prese, la sollevò sopra la testa e la portò nel negozio di uccelli. Un pappagallo fischiò al suo passaggio e Vogel sorrise. Posò la sedia vicino ai canarini e si sedette sotto ai trilli, lasciando che gli riempissero la testa di spazi vuoti.
Quando gli uccessi cantavano con maggiore  intensità, Bonifaz Vogel se ne stava buono per paura che, se si fosse alzato, avrebbe battuto la testa sui trilli belli.

Questo pezzo è tratto da:

La bambola di Kokoschka
Alfonso Cruz
La Nuaova Frontiera, ed. 2016
Traduzione a cura di Marta Silvetti
Collana "Liberamente"
Prezzo 17,00€

venerdì 22 settembre 2017

"La bambola di Kokoschka", Alfonso Cruz - la giostra degli incastri perfetti...

La sposa del vento
Fonte: RestaurArs



È un po' un'impresa parlare del libro di oggi perché è un lavoro decisamente atipico e non poteva essere altrimenti visto che è nel catalogo La Nuova Frontiera. Come vi dicevo parlando dell'altro lavoro di Paco Taibo II, "L'ombra dell'ombra" e nel Diario in cui facevo riferimento alla lettura di questo libro, leggere i libri di questo catalogo è sempre un'esperienza particolare. In questo caso parliamo di un lavoro complesso, perché, sebbene sembri ci siano due storie disgiunte, queste, vanno a comporre un'unica trama finale annettendo parte della storia di un particolare pittore, realmente esistito e che nemmeno conoscevo, che si chiama Oscar Kokoschka. Anzi potremmo dire che questa storia, sebbene si presenti solo a libro iniziato, ne sembra invece la reale ispirazione e inizio.

Siamo in una Desdra sotto assedio nell'ultimo conflitto mondiale e questa storia si apre riproducendo in parole l'effetto di quei film che necessitano di far ambientare gli spettatori per farli entrare nel mood giusto. Immaginate una strada popolare, due ragazzini stanno correndo, scappano per la precisione. Dei soldati hanno loro intimato di fermarsi, ma loro corrono più veloce che possono. Poi degli spari. Uno dei due viene colpito a morte, ma nell'ultimo istante, mentre cade, tenta di attaccarsi alla gamba dell'amico. L'amico prosegue la sua folle corsa fino ad un negozio di uccelli e si nasconde in cantina, ma la gamba che l'amico ha toccato prima di cadere ucciso non ne vuole sapere di tornare a piegarsi correttamente. È come se l'amico fosse ancora lì aggrappato, come per non farsi dimenticare o non far dimenticare al protagonista la colpa di non essersi fermato ad aiutarlo. Poi c'é Vogel che ha uno stuolo di parenti tutti morti che alla fine gli hanno fatto ereditare un negozio di uccelli, a Dresda, sotto assedio. Ogni mattina apre, pulisce, si siede sulla sedia di paglia di Vienna e aspetta, prega in silenzio e ascolta una voce che viene da chissà dove, e che per lui è Dio, che gli racconta le storie della bibbia. Vogel non parla, ma è una grande presenza con il suo silenzio. Poi una donna che cerca la vita che un artista che l'amava non le sapeva dare e una storia che viene da lontano, dalla Lituania che darà un posto definitivo alle cose e alle persone, svelato da chi lo ha solo immaginato a chi invece lo ha solo vissuto.

Ci ho messo davvero tanto a pensare a come scrivere questo post, perché è una storia che ne ingloba altre e che, alla fine, trova una soluzione, e una definizione insperata dei personaggi e dei ruoli. Sinceramente, però, è davvero complicato dire come sia riuscito a fare la quadratura del cerchio. Se partiamo mettendo alla base di questa immaginaria ricostruzione la vita di colui, che avrebbe fatto costruire una bambola ad immagine e somiglianza dell'amore perduto, non dico sia più semplice ma, forse, sarà meno complesso spiegare come sia fatta la "balena". 
Kokoschka è stato un pittore dagli alti e bassi decisamente reboanti. Era nato con del talento che andava indirizzato, gestito, eppure, con le basi ottenute studiando, la sua forma espressiva  è sempre decisamente marcata, diretta quasi sfacciata. Nel momento in cui va a Berlino e ha l'occasione di conoscere Alma Mahler, vedova di quel Gustav Mahler il compositore. L'amore lo travolge e più di una biografia dice che non si riprese più dopo che lei lo lasciò. Il frutto della passione fra Alma e Oscar, si legge su Restaurars è il dipinto "La sposa nel vento" che si vede all'inizio di questa recensione. E sì, si fece fare una bambola con le sue misure e che imitasse perfettamente l'aspetto dell'amata, e quando la vide rimase decisamente deluso ma la tenne con sé finché un giorno, in uno scatto d'ira e di frustrazione, non ne potè più della sua copia e la distrusse abbandonandola fra i rifiuti.

La storia, nonostante abbia un altro inizio e si svolga in un altro tempo, parte proprio da qui ed è una storia di handicap. Non sono persone menomate, ma chi è protagonista di queste vicende è mancante sempre di qualcosa: di parole anche se non è muto, di amore ma non è solo, di amicizia ma conosce tanta gente e via dicendo. È e rimane la storia di chi non è che non veda quello che ha ma che gli viene nascosto dalla vita stessa. È una storia scritta come l'avrebbe dipinta Kokoschka, a tinte forti, a volte di colori dissonanti fra di loro, che si sviluppa come un vortice dalla bambola e sovverte i principi del tempo e della geometria, finendo nel punto dove è iniziata. Ogni personaggio ha il suo spazio, ogni momento la sua ragione, ogni scelta la sua giustificazione. Ma per soppesare il singolo bisogna avere tutto il quadro d'insieme, altrimenti la singola vicenda sembra caotica come quelle adiacenti. Eppure l'handicap che caratterizza questi personaggi non è un peso o una negatività persistente, ma un'opportunità. La gamba che non vuole camminare è un memento ma anche un momento per fermarsi per carpire il linguaggio del silenzio, la voce -che non si sente- permette di soppesare i battiti delle ali e del cuore, la bambola ricorda l'amore che fu ma anche che la perdizione nel passato è un limite. Così la storia, quella che tutto rimette a posto, diventa il perno da cui dipanare i mille percorsi che queste diverse anime compiono per l'Europa e per mare. È qui che il tutto si trasforma in un tesoro in questo libro; quando improvvisamente ti appare la sua anima di giostra che nel girare muove i fili delle vite dei protagonisti riposizionandoli in incastri nuovi e differenti eppure validi e alimentati da una sopita speranza che non li fa mai fermare o autocommiserarsi. Volendo l'autore potrebbe ancora cambiare le carte in tavola modificando gli incastri disegnati con altri, eppure, il senso generale della storia non cambierebbe il suo effetto. E questo, devo ammettere, è davvero affascinante.

Perché strano a dirsi, ma tutti gli incastri possibili sono ascrivibili allo stesso significante ovvero il trovare l'opportunità anche nel limite. Che sia il grigiore di una vita o la solitudine o altro, l'opportunità si crea proprio dal vivere il tutto come fosse un'eccezionalità, fino in fondo e al meglio delle possibilità. Magari la nostra vita non cambierà, ma noi l'avremo vissuta coltivando l'opportunità. E se i ricordi sbiadiscono, le storie rimangono come immagini ricordo nei punti in cui ci siamo trovati, o incastrati, con altri senza dover far ricorso a feticci ma solo all'emozione assaporata in silenzio. È un gioco di sguardi, come alla corsia del supermarket, non servono parole basta la presenza al lato del capo visivo, per richiamare l'attenzione.
A tutto questo complicato incastro di vicende si contrappone una scrittura semplice e scorrevole e orientata a tenere il ritmo: è diviso in capitoli piccolissimi e capitoli lunghissimi che mimano i "battiti dei cuori" dell'epoca storica che stanno vivendo. Tra li attacchi e le bombe, i capitoli sono veloci, fugaci e brevissimi e nei momenti di calma diventano più lunghi e rilassati, accompagnati, a volte, da immagini grottesche a commento di quanto contengono.

Un lavoro decisamente complesso dunque, quello di Cruz, che rimane imperdibile per lo stile e la soluzione narrativa scelti che portano ad una chiusa insperatamente semplice e al contempo credibile. Ecco, tornando alla recensione della scorsa settimana, questo è davvero un libro da leggere e regalare: quando vi avvicinerete a questa storia seguite il mio consiglio, non tentate di cercare subito il bandolo della matassa dove non c'è ma lasciatevi trasportare. Solo allora, quando avrete seguito i sentieri disegnati dall'autore per i suoi lettori capirete e mi darete ragione.
Consigliatissimo agli impavidi.

Buone letture,
Simona Scravaglieri  

La bambola di Kokoschka
Alfonso Cruz
La Nuaova Frontiera, ed. 2016
Traduzione a cura di Marta Silvetti
Collana "Liberamente"
Prezzo 17,00€


Un post condiviso da Simona Scravaglieri (@leggendolibri) in data:

mercoledì 20 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] Il libro dei Baltimore

Joël Dicker
Fonte: Telegraph

Ecco, per quanto ne ho detto in recensione, a posteriori io non andrei oltre il prologo, ma so che qualcuno di voi lo farà, per il gusto di vedere se ho ragione o no, ed è una cosa che accetto e stimo. Mi piace verificare quello che leggo e che si dice in giro perché questo mi da un metro di misura sui gusti delle persone che leggo e che frequento. In questo caso non temo smentita a meno che, come avevo scritto in una precedente versione della recensione, e che non è comparso in quella pubblicata, de "Il libro dei Baltimore" ovvero che non si usi la frase ammazza-conversazione del "a me piace così". Se "a me piace così" non è seguito da motivazioni il più possibile oggettive, chi la pronuncia, di solito fa una figura un po' barbina; è un po' come dire "questo è mio e l'ho deciso io!" come bambini viziati. 

Ci sta che uno si faccia rapire da una storia anche se è mal scritta o mal congeniata nella trama, anche a me è successo più di una volta e una delle tante è proprio "L'amore bugiardo" in cui avrei sinceramente menato la Flynn per il finale da quattro soldi e sono passata sopra i vari cliché. Ma in quel caso l'idea di una costruzione così diversa dal consueto, la voce data ai due protagonisti che era così verosimile mi avevano fatto promuovere il libro anche se c'era anche lì molto da tagliare. Quindi non è che non capisco chi legge libri "tomici" per il gusto di leggerli. Quello che mi disturba è che "libro tomico sì" ma, e bisogna pretenderlo, con una storia ben fatta. Qui la trama non va, la scelta narrativa è confusionaria se non addirittura pessima, si utilizzano mezzi da scrittore principiante e l'importanza di leggere questa storia, come dice nel prologo, non rimane evidente nemmeno con la spiegazione finale.

È un romanzo che poteva essere un buon romanzo ma che è invece un ottimo spreco di carta e per una storia decisamente dimenticabile. 
Peccato.
Buone letture,
Simona Scravaglieri 


Prologo
Domenica 24 ottobre 2004.
Un mese prima della tragedia

Domani, mio cugino Woody entrerà in carcere. Vi passerà i prossimi cinque anni della sua vita.
Sulla strada che conduce all'aeroporto di Baltimore a Oak Park, il quartiere della sua infanzia dove sto andando a raggiungerlo per il suo ultimo giorno di libertà, lo immagino presentarsi davanti al cancello dell'imponente penitenziario di Chesire, nel Connecticut.
Passo la giornata con lui, nella casa di zio Saul, dove siamo stati così felici. Ci sono anche Hillel e Alexandra, e insieme ricostituiamo per cinque ore il meraviglioso quartetto che siamo stati. In quel momento, non ho la minima idea dell'influenza che quella giornata avrà sulle nostre vite.

Due giorni dopo, ricevo una telefonata di zio Saul.
"Marcus? Sono lo zio Saul."
"Ciao, zio Saul. Come st..."
Non mi lascia finire
"Ascoltami bene, Marcus: devi venire a Baltimore. Senza fare domande. È successa una cosa grave."
Riattacca . Io penso che sia caduta la linea e lo richiamo subito: non risponde. Dato che insisto, finisce per rispondere e mi dice tutto d'un fiato: "Vieni a Baltimore"
Riattacca di nuovo.

Se trovate questo libro, leggetelo per favore.
Vorrei che qualcuno conoscesse la storia dei Goldman di Baltimore.


Questo pezzo è tratto da:

Il libro dei Baltimore
Joël Dicker
La nave di Teseo, ed (Mondolibri) 2017
Traduzione a cura di Vincenzo Vega
Prezzo (edizione La Nave di Teseo) 22,00€

venerdì 15 settembre 2017

"Le notti blu", Chiara Marchelli - La disgregazione...

Rene Magritte
Fonte: renemagritte.org



Se si cerca un libro che abbia un forte impatto emotivo, che sia veloce da leggere e che risulti scorrevole, non melenso e con grandi temi, "Le notti blu", tutto sommato è il libro che corrisponde a questi requisiti. Sicuramente è una formula decisamente nuova fra le mie letture, è inutile i libri sapranno sempre stupirti con soluzioni nuove, ma il fatto di essere scorrevole nasconde un piccolo difetto: che è un libro che va letto tutto di seguito. La storia infatti è quasi scritta di getto ed buona parte della sua consistenza è data dalle emozioni e dal ritmo in costante crescendo. Quindi, interrompendola, si spezza quel mondo fondato sulla crisi di coppia spezzando l'incantesimo e quando riprendi in mano il libro è difficile rientrare nel mood. D'altra parte è scritta in maniera così scorrevole che si può leggere agilmente in un pomeriggio e l'impatto emotivo è così ben dosato che questo difetto, a libro finito, non pare così grande.

È una storia come tante della disgregazione di un coppia di coniugi che è sopravvissuta al figlio unico che, al momento dell'inizio della vicenda raccontata, è da qualche anno che si è suicidato. Si erano trasferiti prima che lui nascesse nella Grande Mela in cerca di fortuna. Poi il figlio, il lavoro, la scelta delle scuole giuste e la speranza di un futuro perfetto per il proprio pargolo. Speranze che si interrompono quando, in una vacanza in Italia lui si innamora e decide di non proseguire con il dottorato. Poi il matrimonio, anni che sembravano felici e, invece, un bel giorno a natale l'inspiegabile gesto di un ragazzo che sembrava vivere una storia perfetta ugualmente anche senza le facilitazioni americane. Dopo anni è arrivata la notizia di una lettera ritrovata dalla vedova che si ritrova a chiamare i suoceri al di là dell'oceano per chiedere delucidazioni. C'è una novità che lei non sapeva e che fa rimanere basiti pure i genitori di lui. Che fare?

Non è un libro perfetto, c'è qualcosa che stona. Marito e moglie sono decisamente anomali nei loro ruoli, specialmente pensando che stiamo parlando di un figlio unico maschio. Per cui ci ritroveremo un padre con quello che sembra "un forte istinto materno" e con una moglie che invece ne ha molto meno. Può essere verosimile, su questo siamo d'accordo, ma solo se presi singolarmente, nel momento in cui si confrontano, sebbene l'autrice abbia cercato di dare un senso al comportamento di lei e di lui, c'è sempre una nota stonata che li fa sembrare attori di ruoli invertiti. Ma la parte più interessante è poter osservare le fasi di disgregazione che sono già in atto in una coppia che si nutre di sospetti sull'inspiegabile morte di un figli che alla chiamata della nuora che li mette a parte di qualcosa che dimostra quanto poco ne sapessero del figlio. È un'ennesima morte lenta e logorante, ma cessa di essere un sentimento di coppia, almeno ad uno sguardo esterno rivelandosi in tutta la atrocità e distruzione. È in questo momento che, l'inversione dei ruoli segna un netto confine fra chi cerca ancora di capire e chi ha paura di capire.

Conoscere la verità è un'arma a doppio taglio e diventa ancora più paurosa se questa verità viene a galla dimostrandoti che, quel poco di cui eri certo non è più vero. Non conosci tuo figlio e quello che ha fatto, non sai quello che ha pensato o forse dell'oppressione che lo attanagliava e, il peggiore dei pensieri, lui non si è sentito libero di confidarsi con te. È un dubbio che scava a fondo, attaccando e contaminando ogni parte del tuo corpo e rendendo vano qualsiasi tentativo di rialzarsi, di cercare aiuto. È quel dubbio che ti impedisce di parlare perché ti senti colpevole, perché il confrontarsi potrebbe portare alla luce la distrazione che ti ha tolto un figlio per sempre e, al contempo, non riesci a comunicare con chi vivi, per orgoglio e per non sapere o non scaricare la colpa sull'altro. In questo momento la coppia vive un secondo lutto, dopo quello del suicidio del figlio, è un lutto che non porta ad un divorzio o una separazione effettiva ma metaforica. Ma il dubbio non porta solo la certezza di non aver saputo ma anche una speranza; e quella speranza non concede spazio all'ultima testimonianza di un passaggio in vita del loro figlio. Appartiene ad un altro mondo. Così da un lato c'è chi cerca la speranza e dall'altro chi invece preferisce coltivare l'ultima certezza.

Questa storia, nasce, cresce e si sviluppa così, su una trama che contrappone armonia e disarmonia creando la condizione perfetta per sentire tutte le emozioni del gruppo che deve affrontare una prova inaspettata ed è per questo che l'interruzione della lettura prolungata anche di 24 ore non rende l'idea dell'architettura emozionale non annullandola, ma stroncandola proprio. Il pregio sta tutto nell'aver preso una storia come tante e, al di là del passaggio delle vicende, aver affrontato questa via crucis che, tappa dopo tappa, porta in luce la fragilità delle emozioni del singolo e della coppia. Credo sia proprio per questa miriade di sentimenti contrastanti che questo libro mi sia piaciuto e lo consiglio a chi ama il rischio di libri simili che camminano sul filo del rasoio, fra arte e artificiosità. È un lavoro molto bello per le implicazioni che si porta dietro.

Buone letture,
Simona Scravaglieri    

Le notti blu
Chiara Marchelli
Giulio Perrone Editore, ed. 2017
Collana "Hinc"
Prezzo 15,00€

Fonte: LettureSconclusionate

mercoledì 13 settembre 2017

[Dal libro che sto leggendo] La vita immortale di Henrietta Lacks

Fonte: New York Times

Oggi, fatalità, un pezzo del "Dal libro" è un compendio della recensione "La decisione impossibile..." e ha anche un seguito nell'articolo del New York Times linkato sotto la foto (A Family Consents to a Medical Gift, 62 Years Later) che non avevo trovato nel primo giro di informazioni che cerco di individuare nella rete prima di scrivere di specifiche, come questa, biografie. Per capire che immenso regalo sia stato concesso dalla famiglia, potete solo leggere questo libro che, per nostra immensa fortuna, è scritto in una maniera così appassionata e scorrevole che è decisamente impossibile non sentirsene coinvolti. La vita di Henrietta, come potrete leggere oggi, non è immortale solo perché le sue cellule sono sopravvissute più di sessanta anni ma, anche se morissero oggi, avrebbero dato speranza e futuro a tutti noi. Henrietta è l'inizio degli studi sulle colture di cellule umane, è l'inizio di come imparare a coltivarle e a riconoscerle, è il genoma e la riproduzione vista in migliaia di testi scolatici. Questa è HeLa, ma solo in parte.

HeLa era una donna, nata agli inzi del novecento in una America che si dichiarava al mondo come la nazione in cui era stata abolita la schiavitù, ma dove sopravviveva la segregazione, dove l'ignoranza era a maggioranza nella comunità nera. Era cresciuta nei campi di tabacco, viveva in una cittadina di provincia che oramai non esiste più con una linea di demarcazione netta fra i Lacks bianchi e quelli neri e dove le due comunità continuavano ad autolimentarsi con i matrimoni fra consanguinei. Così successe anche ad Henrietta che si sposò con suo cugino, ebbe cinque figli che lasciò, a trent'anni appena compiuti, quando morì a causa di un tumore alla cervice mal curato. Entrava dalla porta dei neri quando andava a fare le visite al John Hopkin Hospital, faceva la fila nella sala d'attesa dei neri e un numero spropositato di neri, che a Baltimora ebbero la fortuna di essere aiutati da questa straordinaria donna che riusciva ad amare tutti, fecero la fila per donare il sangue che le era necessario.

Non serve capire di biologia per  avvicinarsi a questo lavoro per due motivi: il principale è che questa non è la storia di una ricerca biologica ma di una ricerca storica su chi fosse davvero Henrietta e la sua famiglia e la seconda è che Rebecca Skloot è una divulgatrice scientifica e riesce a rendere le parti che richiedono il coinvolgimento della scienza comprensibili ai lettori proprio come fece con Debora, la penultima figlie di Henrietta che nemmeno aveva raggiunto il diploma, che voleva capire che cosa significasse la frase che diceva che "le cellule della madre erano ancora in vita e che vivevano in ogni stato del mondo".

Questo libro è concepito quasi fosse un dono per Debora e per tutta la comunità nera, mette a fattor comune che cosa significa prendere ogni volta che ci serve una pillola. 
Il pezzo che vi ho trascritto oggi rappresenta da dove parte l'idea di questa biografia e non è nemmeno il quadro completo. Il resto lo dovrete scoprire da soli.
Sono certa che ve ne innamorerete anche voi.
Buone letture,
Simona Scravaglieri



Prologo   
LA DONNA DELLA FOTOGRAFIA 

Ho appesa alla parete una vecchia foto, tenuta insieme dal nastro adesivo. Raffigura una donna che non ho mai conosciuto. Guarda dritto nell'obiettivo e sorride, le mani sui fianchi fasciati dal vestito della festa, stirato a puntino. Le labbra sono dipinte di rosso vivo. È la fine degli anni Quaranta, e la donna non ha nemmeno trent'anni. La pelle è liscia e ambrata, gli occhi allegri e ancora pieni di gioventù. Non sa che dentro di lei sta crescendo il cancro, un tumore che di lì a poco renderà orfani cinque bambini e cambierà la storia della medicina. Una scritta sotto la foto la identifica come «Henrietta Lacks, o Helen Lane, o Helen Larson».
Nessuno sa chi abbia scattato la foto, eppure circola in centinaia di copie, stampata su riviste scientifiche e testi universitari, riprodotta in rete, appesa alle pareti dei laboratori. In genere la si identifica come Helen Lane; speso però la donna non ha un nume, ma solo una sigla: HeLa, il codice attribuito alle prime cellule immortali. Sono le sue cellule, prelevate dalla cervice uterina poco prima che morisse.
Il suo vero nome è Henrietta Lacks.
Per anni l'ho fissata in quella foto, chiedendomi che cosa facesse nella vita, dove fossero i suoi figli e cosa avrebbe pensato delle sue cellule immortali, che da anni circolano per i laboratori di mezzo mondo, impacchettate, vendute e comprate a miliardi. Ho provato a mettermi nei suoi panno: che cosa avrei provato sapendo che una parte di me è stata spedita nello spazio per scoprire gli effetti dell'assenza di gravità sui tessuti umani? o che le mie cellule sono servite a compiere scoperte mediche tra le più importanti della storia, come il vaccino contro la polio, la chemioterapia, la clonazione, la mappatura genetica, la fecondazione in vitro? Sono quasi certa che lei, come quasi tutti noi, sarebbe stata sconvolta nell'apprendere che ci sono milioni di miliardi di sue cellule nei laboratori del mondo, molte più di quante ne contenesse il suo corpo da viva, e ancora continuano a crescere.
Non c'è modo di sapere con precisione quanto siano le cellule di Henrietta oggi. Un ricercatore ha stimato il loro peso complessivo in più di cinquanta milioni di tonnellate; e visto che una cellula non pesa quasi niente, il numero risultante è davvero inconcepibile. Secondo i calcoli di un altro studioso, mettendo in fila tutte le HeLa mai esistite si avrebbe un nastro di centosettemila chilometri, quasi tre volte la circonferenza terrestre. Il tutto nato da una donna che nel fiore degli anni era poco più alta di un metro e mezzo.
Ho sentito parlare per la prima volta di HeLa e di Henrietta nel 1988, trentasette anni dopo la sua morte. Avevo sedici anni e seguivo una lezione di biologia in un corso di recupero. Il professor Donald Defler, un ometto con pochi capelli simile a uno gnomo, andava su e giù per l'aula mostrando diapositive con un proiettore. A un certo punto comparvero sulla parete che fungeva da schermo due illustrazioni che avrebbero dovuto rappresentare la riproduzione cellulare, ma che a me sembravano solo un caotico e colorato miscuglio di frecce, quadrati, circoletti e parole senza senso, come «attivazione della proteinchinasi MPF».
Ero stata bocciata al primo anno delle superiori per via delle troppe assenze. Mi avevano trasferito in una scuola molto alternativa dove al posto delle scienze si studiavano i sogni, così dovevo frequentare il corso di recupero di Defler per sperare di passare gli esami delle scuole superiori. Ecco perché a sedici anni me ne stavo in quell'aula ad anfiteatro ad ascoltare uno che mi parlava di mitosi e proteinchinasi. Non ci capivo nulla.
«Dobbiamo imparare a memoria tutti i nomi in queste figure?» gridò un ragazzo.
Defler rispose di sì, che li avrebbe chiesti all'esame, ma di non preoccuparsi dei dettagli per il momento. L'importante era capire che le cellule erano davvero qualcosa di speciale. Ce ne sono circa centomila miliardi nel nostro corpo, e sono tanto piccole che potrebbero stare a migliaia dentro il punto che chiude questa frase. Sono costituenti dei tessuti (muscoli, ossa, sangue, ecc,), che a loro volta formano tutti i nostri organi.
Al microscopio una cellula sembra un uovo al tegamino. Il bianco è rappresentato dal citoplasma, fatto di acqua e proteine che servono da carburante, mentre il tuorlo è il nucleo, dove sono contenute le informazioni genetiche che ci rendono quello che siamo. Il citoplasma brulica di attività come le strade di New York: tantissime molecole corrono qua e là atrasporate enzimi e zuccheri, mentre e altre si occupano di fare entrare e uscire dalla cellula, a seconda del bisogno, acqua, ossigeno, e nutrimenti vari. Nel citoplasma ci sono anche le fabbriche che lavorano senza sosta per produrre zuccheri, grassi, proteine e energia, necessari per far andare avanti la baracca e soprattutto a nutrire il nucleo, che è il centro di comando. In ogni nucleo si trova una copia precisa del nostro genoma, il codice che dice alle cellule quanto devono crescere, quanto devono dividersi e in generale come devono fare il loro lavoro, che si tratti di regolare il battito cardiaco o mettere il cervello in condizione di capire quanto sta scritto in questa pagina.
Sempre passeggiando su e giù, Defler ci spiegò la mitosi, il processo di divisione cellulare grazie al quale gli embrioni diventano bambini, le ferite guariscono il sangue perso viene rimpiazzato. Il tutto, disse, era affascinante come un balletto dalla coreografia perfetta. 
Ma basta un errorino in un qualsiasi passo del processo  di divisione, continuò Dfler, ed ecco che le cellule iniziano a crescere in modo incontrollato. È sufficiente che un solo enzima non faccia il suo dovere, che una proteina non si attivi, per dare inizio a un processo canceroso. La mitosi impazzisce e il tumore si diffonde.
«Abbiamo scoperto come stanno le cose studiando le colture cellulari» disse Defler. Fece un mezzo sorriso e si voltò verso la lavagna, dove scrisse a caratteri cubitali HENRIETTA LACKS.
Henrietta, ci raccontò, era scomparsa nel 1951 a causa di un tumore molto aggressivo, alla cervice uterina. Poco prima che morisse, un medico prelevò dei campioni del suo tessuto canceroso e li mise a coltura in una capsula  di Petri. Erano anni che gli scienziati cercavano di far sopravvivere le cellule umane fuori dal corpo, ma senza successo. Quelle di Henrietta, però, iniziarono subito a riprodursi e da allora non hanno mai smesso di crescere. Sono le prime cellule umane immorali coltivate in laboratorio.
«Le cellule di questa donna hanno vissuto fuori del suo corpo più a lungo di quanto abbiano vissuto dentro di lei» disse Defler. Bastava entrare in un qualunque laboratorio dove fossero presenti colture cellulari e aprire i refrigeratori per imbattersi in con grande probabilità in milioni, se non miliardi, di cellule della Lacks conservate in qualche provetta ghiacciata. 
Queste colture hanno avuto un ruolo in mille ricerche: la scoperta delle cause del cancro e dei possibili modi per fermarlo; la sintesi  di farmaci contro l'herpes, la leucemia, l'influenza, l'emofilia e il morbo di Parkinson; studi vari sulla digestione del lattosio, sulle malattie a trasmissione sessuale, sull'appendicite, sulla longevità, sull'accoppiamento delle zanzare e sugli affetti deleterei delle scorie tossiche. Cromosomi e proteine di Hela sono stati analizzati con tale precisione che oggi se ne conosce ogni dettaglio. Questa cellule sono diventate come le cavie e i topolini: carne da cannone nei laboratori di tutto il mondo.
«HeLA è stata una delle scoperte più importanti in campo medico negli ultimi cent'anni» sostenne Defler. Poi aggiunse con tono neutro, quasi pensando ad alta voce «Era nera, questa donna». Cancellò il suo nome con un gesto veloce e si pulì le mani dal gesso. La lezione era finita.
Mentre i miei compagni uscivano dall'aula rimasi un attimo a pensare a lei. Tutto qui? Fine della storia?
Raggiunsi Defler nel suo studio.
«Di dov'era la Lacks?» gli chiesi. «Aveva dei figli? Sapeva quanto fossero importanti le sue cellule?».
«Vorrei poterti dare una risposta, ma nessuno ne sa nulla» rispose.

Questo pezzo è tratto da:

La vita immortale di Henrietta Lacks
Rebecca Skloot
Adelphi, ed. 2010
Traduzione a cura di Luigi Civallieri
Collana "La collana dei casi"
Prezzo 27,00€
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